Gentile prof. Masina,
ho un figlio di vent’anni che attraversa una crisi per me difficile da capire: io e mio marito l’abbiamo cresciuto senza mai fargli mancare nulla, gli abbiamo voluto bene, siamo sempre stati presenti al momento della difficoltà.
Eppure, nonostante ciò, il nostro ragazzo oggi più che vivere ci sembra sopravvivere: è iscritto all’università ma frequenta poco le lezioni, non studia, esce fino a tardi la sera, ciondolando con gli amici da un locale all’altro e la mattina dorme a lungo. Non ha una ragazza fissa ma solo rapporti brevi, anzi brevissimi. Non ci sono problemi eclatanti come la droga o l’abuso di alcool.
Il problema è questa mancanza di motivazione.
Ho provato a parlargli tante volte ma lui non risponde oppure lo fa con frasi brevi e spezzettate come se non trovasse dentro di sé nemmeno l’energia per parlare.
Qualche giorno fa di fronte alla mia sollecitazione di darsi una mossa e crescere una buona volta mi ha risposto: “Cosa cresco a fare?”. E’ stato per me come se mi avesse dato uno schiaffo. Perché si sta spegnendo così? Che cosa si può fare? Potrebbe aiutarlo una psicoterapia e come motivarlo ad intraprenderla?
Carmen, Vigevano.
Risposta:
“E’ sicuro che il problema che sembra accomunare, sia pure in forme diverse, tante persone comprese in una fascia di età di almeno dodici anni, dai 18 ai 30 anni, ma anche oltre, dipenda dalla difficoltà di abbandonare una fase dello sviluppo psichico? E’ sicuro che questa difficoltà sia di ordine patologico e quindi di competenza psichiatrica e psicoanalitica? E’ sicuro che essa dipenda dalla serietà dell’impegno da affrontare per salire al livello di una tappa successiva dello sviluppo? Sicuro che essa non nasconda il bisogno legittimo di una maturazione critica più approfondita della vigente concezione di stato adulto?
Non si può pensare che lo stato adulto sia una condizione altrettanto complessa e difficile da realizzare pienamente in se stessi rispetto all’adolescenza, e che tante persone non più giovani possano aver trovato, rispetto ai tardo adolescenti, molte più ‘ragioni’ per affermarsi adulti?
Gentile signora, ho voluto cominciare questa mia risposta con le parole scritte da Arnaldo Novelletto, al cui insegnamento la nostra cooperativa si ispira. Novelletto era uno psichiatra e psicoanalista esperto. Intendo dire che la psicoterapia era il suo lavoro. Eppure ci segnala che la psicoterapia, utile e in molti casi di giovani in crisi assolutamente necessaria, non basta a spiegare e a trattare la difficoltà che tanti giovani e meno giovani hanno oggi a diventare uomini e donne adulti.
Questi giovani, si chiede Novelletto, hanno difficoltà ad abbandonare l’adolescenza o, piuttosto, ad investire le loro energie in una prospettiva adulta, cioè a trovare ragioni valide per affrontare la fatica di soggettivarsi e sviluppare un proprio, personale progetto di vita?
Suo figlio sembra confermare questa ipotesi quando le chiede: “Che cosa cresco a fare? Che ragioni ho, che ragioni tu sai offrirmi, per fare lo sforzo di affermarmi adulto?”.
Psicoanalista e tardo adolescente, come in un dialogo immaginario, pongono domande che convocano noi tutti. Perché, certamente, non è facile fare il lutto con il bambino e poi con l’adolescente che si è stati, rinunciare all’onnipotenza che, a volte, è stata rinforzata, piuttosto che ridimensionata, da genitori spaventati e bisognosi di affetto. Ma crescere è ancora più difficile quando i ragazzi sembrano non rappresentarsi alternative valide.
In questo caso mollare la posizione onnipotente non vuol dire spostarsi su una posizione di realistica potenza, scegliere di non essere più tutti e nessuno bensì un uomo o una donna adulti con i propri limiti ma anche con risorse per svilupparli, capace di discernere cosa è vero e cosa è falso, cosa promuove la fiducia in se stessi e nella relazione con gli altri e cosa, invece, la danneggia.
Vuol dire, al contrario, sentirsi cadere dalle stelle alle stalle, in una terribile condizione di impotenza rispetto ad un mondo presupposto difficile e ostile.
“Perché devo studiare, perché devo sbattermi per conquistare un posto in un mondo lavorativo dove vanno avanti solo i raccomandati e le puttane? - mi chiedeva recentemente una mia giovane paziente in crisi - Perché devo fare la fatica di uscire di casa la mattina, affrontare il traffico, e tornare a casa la sera per poi essere ugualmente infelice? Non sarebbe meglio andarmene dove ci sono popoli che hanno molto meno di noi ma sono più contenti della vita?”.
Che cosa significa crescere nel mondo di oggi, e nel nostro Paese? Che forma stiamo dando alle nostre vite e a quelle dei nostri figli o dei giovani che ci sono affidati? Quale testimonianza trasmettiamo, magari inconsapevolmente, ai giovani che ci guardano. L’inerzia con cui ci sembrano sopravvivere non assomiglia alla nostra, non sono parenti il nostro e il loro pessimismo?
Mi pare che dobbiamo cercare di uscire da un’ottica individualista, quell’ottica secondo la quale un figlio o un genitore possano sopravvivere come individui isolati e autoreferenti al senso di sconforto e di futilità che ci assale collettivamente, magari con l’aiuto di uno psicoterapeuta che lo aiuti ad adattarsi meglio, ad assumere forme di vita più conformistiche, meno inquietanti per la società.
Forse dopo aver molto lavorato per differenziare le caratteristiche dell’infanzia da quelle dell’adolescenza e dalla fase adulta c’è la necessità anche per noi psicoterapeuti di pensare di più ai rapporti fra le generazioni, agli stereotipi con cui noi guardiamo gli adolescenti e proponiamo loro il ruolo adulto e con cui loro si propongono a noi. C’è bisogno di fare la fatica di storicizzare, di contestualizzare le varie forme di disagio giovanile invece che parlarne come patologie, fattori invarianti, che sopravvivono intonsi al tempo e alla storia.
Dobbiamo capire quando ci accordiamo inconsapevolmente con loro per risparmiarci reciprocamente la fatica di assumerci le proprie responsabilità.
Mi pare sia necessario aiutare i giovani a pensare le relazioni, a cogliere che la vita è un processo, un divenire, che presenta difficoltà ma anche potenzialità e gratificazioni, perché possano individuare ragioni per progredire piuttosto che mantenere uno stallo, una posizione sempre precaria e provvisoria o, addirittura, tornare regressivamente indietro alla ricerca delle ragioni di una volta.
Dobbiamo imparare ad occuparci delle nostre relazioni e a mantenerle vive, scoprire come si fa a parlare con i nuovi adolescenti e giovani adulti e non guardarli preoccupati dall’esterno, per scrutare i segni di un possibile disagio ed essere pronti a medicalizzarlo, magari con l’aiuto di un test di personalità, come sembra oggi andare di moda fra gli addetti ai lavori che si preoccupano della scientificità. Dobbiamo diagnosticare meno e incontrare di più, ritrovare le differenze ma anche le somiglianze.
Quando parliamo con i giovani è importante ricordarci della nostra adolescenza ma anche non perdere di vista il nostro essere adulti, per dare un senso alla nostra specifica posizione nel mondo che possa aiutare il giovane a cercare il suo. Insomma dobbiamo metterci la faccia!
Gentile signora, io non posso sapere, naturalmente, se suo figlio potrebbe avere bisogno di una psicoterapia capace di aiutarlo a mettere meglio a fuoco le difficoltà che si frappongono a maturare approfonditamente la concezione di stato adulto, come scriveva Novelletto, necessaria ad investire maggiormente in quella direzione. Quanto più chiaramente lei e suo marito riuscirete a cogliere il disagio del vostro ragazzo e ad aiutarlo a dargli un senso rispetto alle relazioni che sta vivendo tanto più probabilmente vostro figlio prenderà la strada del cambiamento, magari cominciando a consultare uno psicoterapeuta o magari con una delle tante altre modalità.
Voglio però ringraziarla per darmi l’opportunità di sottolineare la necessità che anche altri adulti, genitori, insegnanti, educatori, si spendano maggiormente per testimoniare ai giovani che un mondo diverso da quello attuale è possibile.
Cari saluti, Emilio Masina
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domenica 6 marzo 2011
giovedì 10 dicembre 2009
Gentile professore Masina,
ho letto i suoi articoli sul sito della cooperativa e volevo chiederle di aiutarmi a capire quello che è successo con mio figlio. Mario ha sedici anni ed è sempre stato un ragazzo assennato e responsabile, bravo a scuola anche se un po’ troppo riservato e silenzioso. Qualche giorno fa, durante la cena ci ha chiesto per l’ennesima volta di comprargli la macchinetta, che già hanno diversi suoi compagni, spiegando che non ce la fa più ad usare gli autobus. Mio marito era propenso a concedergliela mentre io mi sono opposta con fermezza. Ritengo che la macchinetta sia un lusso che vizia i ragazzi nel loro rapporto con la realtà. Inoltre noi dovremmo fare dei sacrifici per comprarla e non si vede perché dobbiamo adottare uno stile di vita che non ci appartiene. Il problema è che appena io e mio marito abbiamo cominciato a discutere Mario, per la prima volta in vita sua, ha dato fuori di matto. Ha cominciato a piangere e a urlare dicendo che è stufo di vedere che noi siamo in disaccordo su tutto, che non si sente visto né capito, che vorrebbe andare a vivere da un’altra parte. La scenata è andata avanti tutta la serata: più cercavamo di calmarlo e di invitarlo ad una discussione pacata più lui si alterava. Ci ha accusato di essere egoisti e spilorci, ipocriti che stanno insieme solo perché hanno paura di separarsi, di rovinargli la vita.
Mio marito era sconvolto e anche io ero incredula perché pensavo che le tensioni della nostra coppia, che avevamo accuratamente nascosto ai figli, non fossero mai trapelate. Mi ero illusa fino ad ora di riuscire a farli vivere serenamente; anzi, sono rimasta insieme a mio marito solo per loro, convinta che una separazione li avrebbe danneggiati. Mi sembra di aver sbagliato tutto e che essermi sacrificata non sia servito a niente. Lei cosa ne pensa? Le sono capitati altri casi come il nostro?
Grazie dell’aiuto che potrà darmi, Giorgia
Cara signora Giorgia,
di primo acchito mi verrebbe da dirle che non tutto il male viene per nuocere. Un figlio capace di esprimere il suo disagio, e di convocare i genitori a riflettere sulla situazione della famiglia, anche se con toni sofferti e accenti inappropriati, dimostra di non avere ancora perso la speranza di essere capito e aiutato. Percepisce, probabilmente, che voi genitori, che pure critica aspramente, potreste avere le risorse per farsi interrogare da lui e dalla sua sofferenza e per reagire. La stessa speranza trapela dalla sua lettera che mostra il desiderio di non censurare quanto è avvenuto, magari per soffocare il rimorso o la vergogna, ma di provare a capirci qualcosa.
Il ciclo vitale che la sua famiglia sta attraversando, quello in cui un figlio è diventato adolescente, è infatti propizio per trattare problemi che non si aveva la capacità o la forza di affrontare in precedenza. Gli adolescenti non sono, come spesso ci sembrano essere, dei “nemici” che hanno perso la bontà e la tenerezza di quando erano bambini o, addirittura, delle serpi che abbiamo covato involontariamente in seno; ma piuttosto, nella loro nuova condizione di “estranei”, interlocutori che ci possono indicare dove e come abbiamo sbagliato, dove ci siamo persi e dove potremmo, anche se con fatica, ritrovarci. Con tutta la spregiudicatezza dei suoi sedici anni Mario attacca uno dei presupposti che sono stati alla base delle relazioni della famiglia: quello che impone di rimanere insieme per il benessere dei figli. Mario infatti segnala che il rimedio è peggiore del male: piuttosto che proteggermi - sembra dire suo figlio - mi fate soffrire, perché evitando di trattare e risolvere i vostri problemi di coppia mi
trasmettete uno stile di funzionamento “ipocrita”, cioè basato su uno scollamento fra l’apparenza, una famiglia felice, e la sostanza, una famiglia minata dall’infelicità della coppia coniugale. Viene anche da chiedersi se l’accusa di non vederlo e capirlo non sia basata sulla sensazione di Mario che in qualche misura nella vostra famiglia il rapporto genitori figli si sia rovesciato: non siete più voi a garantire il suo benessere psicologico ma piuttosto è lui che, nel suo ruolo di figlio, funge da collante della coppia e vi aiuta a non confrontarvi con i vostri problemi relazionali. Mi pare che quando Mario vi accusa di essere spilorci non si riferisca tanto alla macchinetta negata, che sembra avere un significato consolatorio, ma piuttosto alla vostra difficoltà di impegnarvi fra di voi e con lui, passando da una situazione di ritiro emotivo ad una posizione di scambio e condivisione di pensieri ed emozioni. Forse ciò che lei dice di Mario, che è assennato e responsabile, anche se silenzioso e riservato, vale anche per voi. La famiglia, cioè, potrebbe essersi involontariamente centrata su una posizione doveristica – si sta insieme perché si deve, non perché si vuole – che viene percepita da suo figlio come asfittica e claustrofobica tanto da pensare di andarsene.
Insomma, cara signora, suo figlio è cresciuto e vi sta segnalando, con coraggio e fatica, che quello che è stato coperto e non detto è stato ugualmente percepito, attraverso i canali misteriosi che si attivano nelle famiglie.
Organismi viventi fatti di menti ma anche di corpi e di anime. Fare il punto, con lui e fra di voi, dei punti deboli e delle risorse, magari con l’aiuto di uno psicologo, potrebbe aprire prospettive che ora non sono nemmeno pensabili.
Cari saluti e auguri di buon lavoro,
Emilio Masina
ho letto i suoi articoli sul sito della cooperativa e volevo chiederle di aiutarmi a capire quello che è successo con mio figlio. Mario ha sedici anni ed è sempre stato un ragazzo assennato e responsabile, bravo a scuola anche se un po’ troppo riservato e silenzioso. Qualche giorno fa, durante la cena ci ha chiesto per l’ennesima volta di comprargli la macchinetta, che già hanno diversi suoi compagni, spiegando che non ce la fa più ad usare gli autobus. Mio marito era propenso a concedergliela mentre io mi sono opposta con fermezza. Ritengo che la macchinetta sia un lusso che vizia i ragazzi nel loro rapporto con la realtà. Inoltre noi dovremmo fare dei sacrifici per comprarla e non si vede perché dobbiamo adottare uno stile di vita che non ci appartiene. Il problema è che appena io e mio marito abbiamo cominciato a discutere Mario, per la prima volta in vita sua, ha dato fuori di matto. Ha cominciato a piangere e a urlare dicendo che è stufo di vedere che noi siamo in disaccordo su tutto, che non si sente visto né capito, che vorrebbe andare a vivere da un’altra parte. La scenata è andata avanti tutta la serata: più cercavamo di calmarlo e di invitarlo ad una discussione pacata più lui si alterava. Ci ha accusato di essere egoisti e spilorci, ipocriti che stanno insieme solo perché hanno paura di separarsi, di rovinargli la vita.
Mio marito era sconvolto e anche io ero incredula perché pensavo che le tensioni della nostra coppia, che avevamo accuratamente nascosto ai figli, non fossero mai trapelate. Mi ero illusa fino ad ora di riuscire a farli vivere serenamente; anzi, sono rimasta insieme a mio marito solo per loro, convinta che una separazione li avrebbe danneggiati. Mi sembra di aver sbagliato tutto e che essermi sacrificata non sia servito a niente. Lei cosa ne pensa? Le sono capitati altri casi come il nostro?
Grazie dell’aiuto che potrà darmi, Giorgia
Cara signora Giorgia,
di primo acchito mi verrebbe da dirle che non tutto il male viene per nuocere. Un figlio capace di esprimere il suo disagio, e di convocare i genitori a riflettere sulla situazione della famiglia, anche se con toni sofferti e accenti inappropriati, dimostra di non avere ancora perso la speranza di essere capito e aiutato. Percepisce, probabilmente, che voi genitori, che pure critica aspramente, potreste avere le risorse per farsi interrogare da lui e dalla sua sofferenza e per reagire. La stessa speranza trapela dalla sua lettera che mostra il desiderio di non censurare quanto è avvenuto, magari per soffocare il rimorso o la vergogna, ma di provare a capirci qualcosa.
Il ciclo vitale che la sua famiglia sta attraversando, quello in cui un figlio è diventato adolescente, è infatti propizio per trattare problemi che non si aveva la capacità o la forza di affrontare in precedenza. Gli adolescenti non sono, come spesso ci sembrano essere, dei “nemici” che hanno perso la bontà e la tenerezza di quando erano bambini o, addirittura, delle serpi che abbiamo covato involontariamente in seno; ma piuttosto, nella loro nuova condizione di “estranei”, interlocutori che ci possono indicare dove e come abbiamo sbagliato, dove ci siamo persi e dove potremmo, anche se con fatica, ritrovarci. Con tutta la spregiudicatezza dei suoi sedici anni Mario attacca uno dei presupposti che sono stati alla base delle relazioni della famiglia: quello che impone di rimanere insieme per il benessere dei figli. Mario infatti segnala che il rimedio è peggiore del male: piuttosto che proteggermi - sembra dire suo figlio - mi fate soffrire, perché evitando di trattare e risolvere i vostri problemi di coppia mi
trasmettete uno stile di funzionamento “ipocrita”, cioè basato su uno scollamento fra l’apparenza, una famiglia felice, e la sostanza, una famiglia minata dall’infelicità della coppia coniugale. Viene anche da chiedersi se l’accusa di non vederlo e capirlo non sia basata sulla sensazione di Mario che in qualche misura nella vostra famiglia il rapporto genitori figli si sia rovesciato: non siete più voi a garantire il suo benessere psicologico ma piuttosto è lui che, nel suo ruolo di figlio, funge da collante della coppia e vi aiuta a non confrontarvi con i vostri problemi relazionali. Mi pare che quando Mario vi accusa di essere spilorci non si riferisca tanto alla macchinetta negata, che sembra avere un significato consolatorio, ma piuttosto alla vostra difficoltà di impegnarvi fra di voi e con lui, passando da una situazione di ritiro emotivo ad una posizione di scambio e condivisione di pensieri ed emozioni. Forse ciò che lei dice di Mario, che è assennato e responsabile, anche se silenzioso e riservato, vale anche per voi. La famiglia, cioè, potrebbe essersi involontariamente centrata su una posizione doveristica – si sta insieme perché si deve, non perché si vuole – che viene percepita da suo figlio come asfittica e claustrofobica tanto da pensare di andarsene.
Insomma, cara signora, suo figlio è cresciuto e vi sta segnalando, con coraggio e fatica, che quello che è stato coperto e non detto è stato ugualmente percepito, attraverso i canali misteriosi che si attivano nelle famiglie.
Organismi viventi fatti di menti ma anche di corpi e di anime. Fare il punto, con lui e fra di voi, dei punti deboli e delle risorse, magari con l’aiuto di uno psicologo, potrebbe aprire prospettive che ora non sono nemmeno pensabili.
Cari saluti e auguri di buon lavoro,
Emilio Masina
martedì 30 ottobre 2007
Domande e Risposte 2
commento di Liliana - lasciato il 22/10/2006
Vorrei che qualcuno raccogliesse questo messaggio in bottiglia nel mare informatico. Sono una ragazza di diciotto anni che ha avuto una grossa delusione d’amore. Il mio ragazzo, che ha ventotto anni, mi ha bruscamente scaricata ed è sparito. Il suo telefonino è staccato oppure non risponde. Non so darmi pace perché stavamo bene insieme nonostante la differenza di età. Dove ho sbagliato? Perché è andato via? Perché non mi ha detto niente? Avrà trovato un’altra e non voleva ferirmi? Gli sarà successo qualcosa? Non posso chiamare a casa sua perché la nostra relazione era segreta e non so cosa dire ai suoi. Che fare? Sono solo io ad avere avuto questa esperienza o è capitato ad altri? Penso spesso di farla finita con questa vita orribile e beffarda. Qualcuno mi può aiutare?
Liliana
commento di Anonimo - lasciato il 13/10/2007 alle 19:13
Buonasera. Non so perchè sto scrivendo in richiesta di consigli...forse perchè proprio i miei genitori,esasperati,mi hanno spinto a farlo...il che non è un segnale positivo, in alcun senso. ormai da due anni soffro di problemi di alimentazione, ormai da un anno e mezzo sono alla ricerca di un equilibrio, che, se trovato, non riesco a mantenere...il cibo è un problema quotidiano, incostante, logorante, che trascina con sé corpo e mente.
Non vorrei rivolgermi ad uno psicologo, non sono disposta a parlare delle cause che hanno mosso e che, a dispetto del tempo, continuano a muovere i miei sfoghi. almeno non ancora.
Vorrei alcuni consigli per uscirne, perchè è una spirale che spinge sempre più in basso, e perchè ogni volta che mi riprometto di sconfiggermi da sola, poi mi ritrovo nella stessa situazione di prima. Se non peggio.
E prendendo coscienza del mio stagnare sul fondo, ho paura di lasciarmi amdare oltre, per timore di non sapermi più fermare. cosa oltretutto attuale. Cerco l'aiuto di un esperto, se così può chiamarsi. un esperto, se davvero è possibile questo concetto.
Vorrei farcela da sola, ma gli impulsi sono troppo deboli. mi deprime la consapevolezza di soffrire dei miei segreti, vorrei aver già conquistato un equilibrio per poter approfittare delle occasioni senza prevaricazioni, ma non ne sono in grado. e questo mi spaventa.
Mi celo dietro un secco anonimo, con una maschera sul volto che ancora non so bene di voler rimuovere definitivamente. Grazie dell'attenzione. e mi scuso per lo sfogo.
Vorrei che qualcuno raccogliesse questo messaggio in bottiglia nel mare informatico. Sono una ragazza di diciotto anni che ha avuto una grossa delusione d’amore. Il mio ragazzo, che ha ventotto anni, mi ha bruscamente scaricata ed è sparito. Il suo telefonino è staccato oppure non risponde. Non so darmi pace perché stavamo bene insieme nonostante la differenza di età. Dove ho sbagliato? Perché è andato via? Perché non mi ha detto niente? Avrà trovato un’altra e non voleva ferirmi? Gli sarà successo qualcosa? Non posso chiamare a casa sua perché la nostra relazione era segreta e non so cosa dire ai suoi. Che fare? Sono solo io ad avere avuto questa esperienza o è capitato ad altri? Penso spesso di farla finita con questa vita orribile e beffarda. Qualcuno mi può aiutare?
Liliana
commento di Anonimo - lasciato il 13/10/2007 alle 19:13
Buonasera. Non so perchè sto scrivendo in richiesta di consigli...forse perchè proprio i miei genitori,esasperati,mi hanno spinto a farlo...il che non è un segnale positivo, in alcun senso. ormai da due anni soffro di problemi di alimentazione, ormai da un anno e mezzo sono alla ricerca di un equilibrio, che, se trovato, non riesco a mantenere...il cibo è un problema quotidiano, incostante, logorante, che trascina con sé corpo e mente.
Non vorrei rivolgermi ad uno psicologo, non sono disposta a parlare delle cause che hanno mosso e che, a dispetto del tempo, continuano a muovere i miei sfoghi. almeno non ancora.
Vorrei alcuni consigli per uscirne, perchè è una spirale che spinge sempre più in basso, e perchè ogni volta che mi riprometto di sconfiggermi da sola, poi mi ritrovo nella stessa situazione di prima. Se non peggio.
E prendendo coscienza del mio stagnare sul fondo, ho paura di lasciarmi amdare oltre, per timore di non sapermi più fermare. cosa oltretutto attuale. Cerco l'aiuto di un esperto, se così può chiamarsi. un esperto, se davvero è possibile questo concetto.
Vorrei farcela da sola, ma gli impulsi sono troppo deboli. mi deprime la consapevolezza di soffrire dei miei segreti, vorrei aver già conquistato un equilibrio per poter approfittare delle occasioni senza prevaricazioni, ma non ne sono in grado. e questo mi spaventa.
Mi celo dietro un secco anonimo, con una maschera sul volto che ancora non so bene di voler rimuovere definitivamente. Grazie dell'attenzione. e mi scuso per lo sfogo.
martedì 10 ottobre 2006
Domande e Risposte
Questo pagina è dedicata alla discussione, alle domande e alle curiosità. Ciascuno può fare i propri commenti e ricevere risposte dagli operatori di Rifornimento in volo.
Commento del 13/10/2006
Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché lo psicologo da cui sono stata l’anno scorso per tre volte si limitava a guardarmi, stando in silenzio. L’unica cosa che ha fatto è stata quella di chiedermi i soldi alla fine e dirmi di ritornare. Invece la psicologa dello sportello a scuola quest’anno mi ha detto che mi capiva, perché fra donne si possono condividere i problemi che ci sono con gli uomini. Che fiducia possiamo avere sulla categoria
Superloredana 91
Commento di Lorenza, 14/10/2006
Rispondo a superloredana 91. Forse lo psicologo cercava solo di ascoltare quello che avevi da dirgli. Tre incontri sono pochi per capire bene i problemi degli altri. Perché poi ti lamenti che ti abbia fatto pagare? Pensavi ad uno spazio gratuito? La mia esperienza con la “strizza” è stata diversa: è stata in silenzio ma poi mi ha aiutato a capire perché continuavo a litigare con i miei genitori, pretendendo da loro un aiuto che non potevano più darmi. E’ stato faticoso, abbiamo lavorato un anno, ho pianto molto, ci ho sbattuto la testa tante volte ma poi sono riuscita a pretendere meno da loro e ho trovato un gruppo di amici con cui confidarmi.
Lorenza, Roma.
Commento di Manu, 20/10/2006
Mio padre, mia madre, mio fratello e diversi amici sono stati in terapia e anche io ho bazzicato per un po’ gli psicologi. Quindi, sono un’esperta. Lasciatemi dire che nella categoria c’è di tutto: persone preparate, che hanno studiato anni e anni, si sono messe in discussione e sono in grado di darti un aiuto valido e contafrottole improvvisati, magari travestiti da maghi che manca la palla di vetro…Quelli che sembrano divi della TV, signore che ricevono con il cane che passeggia fra le gambe del cliente, persino quelli che vengono a domicilio per “fare due chiacchiere”, quelli che dopo un po’ vogliono baciarti, ecc.. Non si può generalizzare ma bisogna vedere caso per caso. Magari farsi consigliare, e tenere sempre gli occhi aperti e le orecchie appizzate! Sarebbe bello che chi ha fatto l’esperienza la raccontasse, per poterci confrontare.
Manu89
Commento del 13/10/2006
Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché lo psicologo da cui sono stata l’anno scorso per tre volte si limitava a guardarmi, stando in silenzio. L’unica cosa che ha fatto è stata quella di chiedermi i soldi alla fine e dirmi di ritornare. Invece la psicologa dello sportello a scuola quest’anno mi ha detto che mi capiva, perché fra donne si possono condividere i problemi che ci sono con gli uomini. Che fiducia possiamo avere sulla categoria
Superloredana 91
Commento di Lorenza, 14/10/2006
Rispondo a superloredana 91. Forse lo psicologo cercava solo di ascoltare quello che avevi da dirgli. Tre incontri sono pochi per capire bene i problemi degli altri. Perché poi ti lamenti che ti abbia fatto pagare? Pensavi ad uno spazio gratuito? La mia esperienza con la “strizza” è stata diversa: è stata in silenzio ma poi mi ha aiutato a capire perché continuavo a litigare con i miei genitori, pretendendo da loro un aiuto che non potevano più darmi. E’ stato faticoso, abbiamo lavorato un anno, ho pianto molto, ci ho sbattuto la testa tante volte ma poi sono riuscita a pretendere meno da loro e ho trovato un gruppo di amici con cui confidarmi.
Lorenza, Roma.
Commento di Manu, 20/10/2006
Mio padre, mia madre, mio fratello e diversi amici sono stati in terapia e anche io ho bazzicato per un po’ gli psicologi. Quindi, sono un’esperta. Lasciatemi dire che nella categoria c’è di tutto: persone preparate, che hanno studiato anni e anni, si sono messe in discussione e sono in grado di darti un aiuto valido e contafrottole improvvisati, magari travestiti da maghi che manca la palla di vetro…Quelli che sembrano divi della TV, signore che ricevono con il cane che passeggia fra le gambe del cliente, persino quelli che vengono a domicilio per “fare due chiacchiere”, quelli che dopo un po’ vogliono baciarti, ecc.. Non si può generalizzare ma bisogna vedere caso per caso. Magari farsi consigliare, e tenere sempre gli occhi aperti e le orecchie appizzate! Sarebbe bello che chi ha fatto l’esperienza la raccontasse, per poterci confrontare.
Manu89
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