venerdì 7 ottobre 2011

Il ritiro dalla scuola

Caro professor Masina, che si fa quando il proprio figlio di sedici anni, già bocciato una volta, non vuole più andare a scuola e passa il proprio tempo fra il letto, la televisione e il muretto con gli amici? Io le ho provate tutte: ho cercato di parlare con lui e di comprendere i motivi del suo rifiuto ma non sono approdata a niente. Anzi, ho ottenuto il risultato di farlo chiudere ancora di più in se stesso. Sono andata a parlare con gli insegnanti che si sono sfogati con me, confessando il loro disagio di lavorare in una classe molto numerosa e la difficoltà di offrire al mio ragazzo l’attenzione che sarebbe necessaria. L’anno scorso lo hanno promosso, nonostante il suo rendimento lasciasse molto a desiderare, per dargli un segnale di incoraggiamento, che però non è servito. Mio marito non mi aiuta, anzi! Si disinteressa dello studio del figlio, dichiarando che se non vuole andare a scuola lo manderà a lavorare, come se questa fosse una soluzione! Oppure interviene con durezza, tanto che più di una volta lui e mio figlio sono venuti alle mani, costringendomi a separarli. Forse potrei ritirarlo dalla scuola e proporgli di studiare da privatista, individuando professori competenti e più capaci di entrare in rapporto con lui. Lei che ne pensa? Grazie.
Lettera firmata



RISPOSTA

Gentile signora, mi pare che il ritiro dalla scuola non serva a risolvere il problema che lei illustra. Anzi, mi pare che rischi di essere un movimento collusivo con la decisione del ragazzo di semplificare la propria vita rinunciando a trattare la relazione con la scuola nelle sue molteplici sfaccettature (rapporto con i professori, con i compagni e con l’oggetto culturale, cioè i contenuti che vengono proposti per lo studio). Quando lavoriamo con adolescenti e giovani adulti gravemente disturbati ci accorgiamo spesso che vi è stata da parte della famiglia una lunga sottovalutazione dei loro problemi e che il momento in cui i ragazzi hanno cominciato a manifestare i loro problemi molte volte coincide proprio con il disinvestimento dello studio e delle relazioni con i compagni e con il ritiro dalla scuola. Il ritiro, cioè, ha rappresentato il tentativo di tacitare i problemi del figlio attraverso un evitamento e un ridimensionamento degli stessi, attribuendo al contesto scolastico tutta la responsabilità di quanto va accadendo. Non solo, dunque, si rinuncia ad usare la scuola come strumento potenziale di crescita, confronto e socializzazione. Ma anche individuando la famiglia come unico spazio in cui il ragazzo può vivere una vita serena la si carica di una responsabilità e di un carico enorme. Se in un primo momento pensare alla scuola come capro espiatorio può alleviare le tensioni interne al nucleo familiare, in un secondo momento proprio l’intimità coatta e l’impossibilità del ragazzo di usare interlocutori diversi dai propri familiari per rappresentare e cercare di trattare la propria sofferenza può portare, come lei sta già in qualche modo segnalando, ad un peggioramento della situazione.
Che fare, dunque? Io penso che la strada che lei ha già cercato di intraprendere, cioè quella del dialogo con il ragazzo, gli insegnanti e il marito sia quella giusta e non vada abbandonata di fronte alle prime difficoltà. E’ evidente che lo scoraggiamento (depressione?) del suo ragazzo viene alimentato dal senso di impotenza dei suoi insegnanti e dalla difficoltà che lei e suo marito fate per individuare una linea comune. Dobbiamo chiederci, però, se lo spazio comunicativo che lei ha aperto non rischia di diventare più uno spazio di lamento e di evacuazione delle proprie emozioni (lei si sfoga con le insegnanti e loro con lei, voi genitori vi sfogate con il figlio, suo marito con lei e così via). Se fosse così cercare di comunicare piuttosto che essere utile porterebbe rapidamente ad un sentimento di impotenza e alla messa in scacco di tutte le energie positive. Mi pare, cioè, che sia necessario che lei possa riflettere su cosa lei e i suoi interlocutori vi andate dicendo, in quali momenti, con quali modalità, in modo da rintracciare le emozioni e i significati sottesi alle parole che vengono scambiate. So che quello che le sto proponendo di fare è difficile ma solo imparando a non confondere l’intervento educativo con l’aggressione, la richiesta di aiuto con la pretesa, il sostegno con il controllo, cioè a riflettere costantemente sul senso delle relazioni che andiamo intrecciando con gli altri possiamo pensare di costruire legami affidabili piuttosto che essere in balia di una, magari involontaria, distruttività. In questo lavoro di decodifica e di alfabetizzazione emozionale forse uno psicologo potrebbe esserle utile.
Cari saluti e auguri, Emilio Masina

martedì 9 agosto 2011

Paura della diagnosi

“Io ho paura della ‘diagnosi’!”

Gentile professor Masina, ho un figlio di sedici anni che da circa un anno crea problemi sia a casa che a scuola: è ribelle, indisciplinato, depresso oppure troppo9 su di giri. Di recente l’ho portato per una consultazione presso un Consultorio per adolescenti. Dopo averlo visto, due volte! gli specialisti hanno voluto incontrare me e mio marito. Speravo di avere delle spiegazioni sulla sofferenza di mio figlio e sui motivi che l’avevano prodotta. Nulla di tutto questo! L’unica cosa che siamo riusciti a capire, in mezzo a molti discorsi fumosi, è stata la diagnosi (“disturbo di personalità”) e la terapia prevista: colloqui psicologici più farmaci. Ora ci troviamo nella spiacevole situazione di dover collaborare a un progetto che non abbiamo capito a cosa debba servire. Perché i medici sono così sbrigativi? Perché usano etichette che a noi, persone comuni, non dicono niente e anzi, mettono paura? Scusi lo sfogo, Anna P,. Roma.

Risposta

Cara signora, lei tocca un argomento molto delicato e dibattuto tra noi “addetti ai lavori”. A due diversi livelli. Il primo riguarda il modo di comunicare con il paziente e/o i suoi genitori quello che abbiamo capito di lui, per motivarlo a seguire la terapia necessaria. Comunicare diagnosi (con relativa terminologia specialistica) non aiuta la comprensione da parte del/dei paziente/i ma può anzi, come nel vostro caso, fargli percepire un’eccessiva distanza dallo specialista, confonderlo/i o, addirittura, spaventarlo/i. Anche se, per onestà, bisogna dire che spesso sono proprio i pazienti a chiedere la diagnosi, nell’illusione che conoscere il nome di un problema sia conoscere il problema stesso, come scriveva lo psicoanalista Balint già cinquant’anni fa. E’ più grave quando la “scorciatoia comunicativa” della diagnosi viene applicata in campo psicologico. Infatti, mentre in medicina si parte dal sintomo riferito dal paziente per poi oggettivarlo sempre di più ricorrendo a visite, prove ed esami di laboratorio, nel nostro campo si fa esattamente il contrario: i sintomi, riferiti dal paziente e/o dai suoi familiari, devono essere sempre più soggettivati attraverso discorsi, fantasie, sogni, lapsus e qualunque altra manifestazione idonea a cogliere il mondo interiore del soggetto. Se si vuole capire qualcosa della sofferenza di quel determinato individuo, in altre parole, si deve passare dai “fatti” ai “vissuti”. Ne consegue che gli incontri “esplorativi” con il paziente - quelli, cioè, in cui lo psicoterapeuta interroga i vissuti di chi soffre anche attraverso l’ascolto attento dei propri - incluso l’incontro di “restituzione”, in cui lo specialista spiega al paziente quello che ha capito - sono delicati e importantissimi. Non si tratta solo di comunicare qualcosa e poi “chi si è visto si è visto”. Ma di cominciare a costruire con l’altro quella relazione d’aiuto che, se viene ritenuta valida e percorribile dal paziente, lo porterà ad intraprendere la terapia e a portarla avanti con spirito di collaborazione.
Il secondo livello che la sua lettera mi offre il pretesto di trattare riguarda l’eccessiva fiducia nella diagnosi da parte degli stessi psicoterapeuti. La diagnosi, infatti, descrive un problema, serve agli specialisti per presumere di parlare della stessa cosa, differenziandola dalle altre, ma, in realtà, descrive sintomi che sottendono un’infinita varietà di situazioni cliniche e vissuti individuali. Situazioni e vissuti che, per così dire, scaturiscono non dalla mente di un individuo isolato ma dalle relazioni che quest’ultimo ha stabilito e continua ad intrattenere con gli altri nel suo contesto di vita. Purtroppo, non di rado, gli psicoterapeuti piuttosto che raccogliere pazientemente nella relazione che si va costruendo con il paziente gli indicatori che consentono di “guardare attraverso” (è questo il significato del termine diagnosi, che deriva dal greco) il suo personale disagio in relazione al suo specifico contesto di vita pretendono di inserirlo in una categoria standard, cioè lo trattano come qualcosa di invariante, uguale per tutti. In questo caso la diagnosi è intesa ed usata nella sua accezione psichiatrica, volta a definire il disturbo mentale di cui è portatore il paziente ed esprime una visione individualistica dell’individuo. Lo psicoterapeuta, in altre parole, restringe il suo interesse all’individuo e al deficit (la psicopatologia) che lo contraddistingue, considerato come deviazione dai parametri che socialmente (culturalmente) definiscono la “normalità”. Lo psicoterapeuta siffatto sembra credere ad una drastica differenza fra normalità e patologia, ciò che già Freud più di cento anni fa, metteva in discussione. L’intento diagnostico, così concepito, non solo può prevalere sulla necessità di capire le relazioni fra il paziente e il suo contesto (genitori e fratelli, scuola, compagni e insegnanti, partner ecc.) ma rischia anche di impedire la comprensione della relazione del paziente con lo psicoterapeuta, che è una vera e propria cartina tornasole delle altre relazioni sopra elencate. Infatti, quando si fa diagnosi per identificare psicopatologie e misurare personalità si pensa che sia possibile conoscere il paziente (l’oggetto della conoscenza) attraverso categorie standard che sono, per così dire, indipendenti dalla relazione che si instaura fra lui e il soggetto che lo vuole conoscere (lo psicoterapeuta). Ma l’atto stesso di conoscere (le modalità usate, i presupposti, le stesse credenze del ricercatore) come tutti sanno, influenzano ciò che si vuole conoscere. Insomma, in psicologia clinica lo specialista non può conoscere alcunché se non passa attraverso la sperimentazione (e l’analisi) della relazione emozionata fra se stesso e la persona che è oggetto dell’ indagine.
Alcuni colleghi giustificano la diagnosi affermando che in questo modo si possono raccogliere dati quantitativi e utili per la ricerca, dati “scientifici” da spendere nei convegni ma a me questa pare un’idealizzazione della misurazione, che, come segnalavo, presenta molti inconvenienti, e una svalutazione di altre forme di conoscenza scientifica, ad esempio quella del resoconto che, dai tempi di Freud, gli psicoanalisti usano per discutere e sistematizzare le informazioni che vanno raccogliendo. Penso, piuttosto, che la “scorciatoia della diagnosi” continui a essere applicata perché permette sia allo specialista sia al paziente di non implicarsi profondamente nella relazione con se stessi e con l’altro. Il paziente delega i suoi problemi allo psicoterapeuta supposto sapere, lo psicoterapeuta accoglie la delega e si propone proprio come colui che sa a priori, senza bisogno di esplorare il campo della relazione.
Un’ultima considerazione: promuovere sviluppo piuttosto che correggere deficit, conoscere il modo di stare in relazione dell’individuo piuttosto che diagnosticare psicopatologie, è importante soprattutto nel caso degli adolescenti che attraversano fisiologicamente un momento di grande cambiamento. Un cambiamento che ha bisogno di essere capito “al volo”, accompagnato e sostenuto, piuttosto che fissato in rigide categorie di personalità. Purtroppo è proprio questo che talvolta passa il mercato della psicoterapia.
Cari saluti e auguri, Emilio Masina

mercoledì 27 aprile 2011

Dobbiamo diventare tutti delinquenti?

Caro professor Masina, insegno italiano e storia in un liceo classico e sono capitata per caso sul sito della cooperativa. Sono sempre alla ricerca di interlocutori che mi aiutino a riflettere sulla mia esperienza di insegnamento, in modo da renderla vitale e non ripetitiva. Leggendo le cose che scrivete a me pare di dover dissentire su un punto: i giovani di oggi, almeno molti di quelli che incontro a scuola, non mi sembrano depressi, scoraggiati da un confronto con un mondo che vivono come frustrante e lontano dai loro bisogni. Mi paiono piuttosto animati da una eccitazione, da uno “spirito animale”, che forse è esistito in tutte le epoche fra i giovani ma che oggi sembra avere preso di gran lunga il sopravvento rispetto alla capacità di leggere criticamente gli eventi della realtà per potere individuare una propria, costruttiva, linea di comportamento. Quando ci fermiamo in classe a discutere dei fatti che accadono nel mondo sempre più spesso i ragazzi, anche quelli più intelligenti e preparati, si lasciano andare a ragionamenti bellicosi e arroganti nei confronti dei più deboli (extracomunitari, rom, immigrati) e sembrano invece sedotti da quanti, uomini politici, calciatori, veline o protagonisti dello spettacolo, hanno potere o semplicemente visibilità. Le loro energie, i loro sogni sembrano protesi verso il cono di luce dei riflettori. Ma ciò che a me più preoccupa è il loro atteggiamento di sfida e di disprezzo verso chi svolge onestamente e con competenza il proprio lavoro ma non ha status; almeno lo status dato dai soldi e dalla fama. Tempo fa, un mio collega ha trovato sulla cattedra un pacchetto di soldi finti accompagnato da un biglietto anonimo che diceva: “Per uno sfigato”. I ragazzi si sono giustificati dicendo che era uno scherzo innocuo ma a me pare un indicatore di una certa gravità. Non è colpa tutta degli studenti, naturalmente: già molti anni fa Mc Luhan diceva che nel mondo, ormai diventato un “villaggio globale” a causa dello sviluppo dei mass media, qualsiasi evento, anche un albero che cade nella foresta, se non è ripreso da una telecamera, non è mai avvenuto, non esiste. E oggi la cultura che sembra dominante, quella del “ghe pensi mi” e del “fora da le ball”, non incoraggia certo il ragionamento e la convivenza civile. Mi chiedo però come faremo noi adulti a recuperare il terreno perduto, ad aiutare le nuove generazioni a non lasciarsi andare al conformismo, all’apparenza vuota di contenuti, all’esigenza di un godimento senza più la mediazione della mente. Lei che ne pensa? Grazie, Marisa Giona



Risposta


Gentile insegnante, concordo pienamente con la sua analisi. Anzi, voglio raccontarle una mia esperienza. E’ fisiologico, anzi è indicatore di una relazione viva e spontanea che psicologo e paziente si trovino talvolta a non concordare sul significato da attribuire ad un evento o a un comportamento adottato. Ma di recente è successo qualcosa che non mi era mai accaduto prima, in trenta anni di professione. Due diverse persone mi hanno accusato di danneggiarle, usando questa argomentazione: “Se lei ci aiuta a cambiare e ad entrare di più in contatto con la realtà – si parlava, in particolare, del loro lavoro - ci impedisce di adattarci ad ambienti dove ormai regna il menefreghismo e la delinquenza e quindi ci costringe ad entrare in conflitto con i nostri colleghi! Così invece di stare meglio staremo peggio!”. In altre parole, i pazienti mi chiedevano di aiutarli a colludere di più, a sostenere le loro azioni inappropriate, piuttosto che ad analizzarle per leggerle criticamente. Mi pare che, al momento, qualsiasi agenzia che si proponga di educare, come la scuola, oppure di fermare gli agiti che servono ad evacuare la tensione psicologica per aprire uno spazio di pensiero, come la psicoanalisi, sia fortemente messa in discussione dall’ideologia che Massimo Recalcati, nel suo ultimo libro (Cortina ed.), definisce quella dell’”Uomo senza inconscio”. Un uomo, cioè, che non si pone più come soggetto di un autentico desiderio ma che diventa portavoce di un godimento sregolato e immediato. Quale ne sia la causa - Recalcati cita Lacan e parla dell’ eclissi del padre e della sua funzione normativa e regolatrice - l’unica cosa che possiamo fare è tenere duro, non scoraggiarci nell’andare contro tendenza, non stancarci di segnalare quanto sia importante esplorare l’estraneo che è fuori di noi ma anche in noi stessi, per promuovere una convivenza ricca di scambi vitali. Mi pare che dobbiamo contrastare la tendenza a chiudersi nel proprio narcisistico “orticello” e rilanciare, in tutte le occasioni possibili, confronti argomentativi, conflitti intelligenti con chi non la pensa in maniera diversa. Auguri di buon lavoro, Emilio Masina

domenica 6 marzo 2011

Diventare adulti

Gentile prof. Masina, 

ho un figlio di vent’anni che attraversa una crisi per me difficile da capire: io e mio marito l’abbiamo cresciuto senza mai fargli mancare nulla, gli abbiamo voluto bene, siamo sempre stati presenti al momento della difficoltà. 

Eppure, nonostante ciò, il nostro ragazzo oggi più che vivere ci sembra sopravvivere: è iscritto all’università ma frequenta poco le lezioni, non studia, esce fino a tardi la sera, ciondolando con gli amici da un locale all’altro e la mattina dorme a lungo. Non ha una ragazza fissa ma solo rapporti brevi, anzi brevissimi. Non ci sono problemi eclatanti come la droga o l’abuso di alcool. 

Il problema è questa mancanza di motivazione. 
 Ho provato a parlargli tante volte ma lui non risponde oppure lo fa con frasi brevi e spezzettate come se non trovasse dentro di sé nemmeno l’energia per parlare. 

Qualche giorno fa di fronte alla mia sollecitazione di darsi una mossa e crescere una buona volta mi ha risposto: “Cosa cresco a fare?”. E’ stato per me come se mi avesse dato uno schiaffo. Perché si sta spegnendo così? Che cosa si può fare? Potrebbe aiutarlo una psicoterapia e come motivarlo ad intraprenderla?

Carmen, Vigevano.

Risposta:

“E’ sicuro che il problema che sembra accomunare, sia pure in forme diverse, tante persone comprese in una fascia di età di almeno dodici anni, dai 18 ai 30 anni, ma anche oltre, dipenda dalla difficoltà di abbandonare una fase dello sviluppo psichico? E’ sicuro che questa difficoltà sia di ordine patologico e quindi di competenza psichiatrica e psicoanalitica? E’ sicuro che essa dipenda dalla serietà dell’impegno da affrontare per salire al livello di una tappa successiva dello sviluppo? Sicuro che essa non nasconda il bisogno legittimo di una maturazione critica più approfondita della vigente concezione di stato adulto?
 Non si può pensare che lo stato adulto sia una condizione altrettanto complessa e difficile da realizzare pienamente in se stessi rispetto all’adolescenza, e che tante persone non più giovani possano aver trovato, rispetto ai tardo adolescenti, molte più ‘ragioni’ per affermarsi adulti?

Gentile signora, ho voluto cominciare questa mia risposta con le parole scritte da Arnaldo Novelletto, al cui insegnamento la nostra cooperativa si ispira. Novelletto era uno psichiatra e psicoanalista esperto. Intendo dire che la psicoterapia era il suo lavoro. Eppure ci segnala che la psicoterapia, utile e in molti casi di giovani in crisi assolutamente necessaria, non basta a spiegare e a trattare la difficoltà che tanti giovani e meno giovani hanno oggi a diventare uomini e donne adulti.
Questi giovani, si chiede Novelletto, hanno difficoltà ad abbandonare l’adolescenza o, piuttosto, ad investire le loro energie in una prospettiva adulta, cioè a trovare ragioni valide per affrontare la fatica di soggettivarsi e sviluppare un proprio, personale progetto di vita?
Suo figlio sembra confermare questa ipotesi quando le chiede: “Che cosa cresco a fare? Che ragioni ho, che ragioni tu sai offrirmi, per fare lo sforzo di affermarmi adulto?”.

Psicoanalista e tardo adolescente, come in un dialogo immaginario, pongono domande che convocano noi tutti. Perché, certamente, non è facile fare il lutto con il bambino e poi con l’adolescente che si è stati, rinunciare all’onnipotenza che, a volte, è stata rinforzata, piuttosto che ridimensionata, da genitori spaventati e bisognosi di affetto. Ma crescere è ancora più difficile quando i ragazzi sembrano non rappresentarsi alternative valide.
In questo caso mollare la posizione onnipotente non vuol dire spostarsi su una posizione di realistica potenza, scegliere di non essere più tutti e nessuno bensì un uomo o una donna adulti con i propri limiti ma anche con risorse per svilupparli, capace di discernere cosa è vero e cosa è falso, cosa promuove la fiducia in se stessi e nella relazione con gli altri e cosa, invece, la danneggia.
Vuol dire, al contrario, sentirsi cadere dalle stelle alle stalle, in una terribile condizione di impotenza rispetto ad un mondo presupposto difficile e ostile.

“Perché devo studiare, perché devo sbattermi per conquistare un posto in un mondo lavorativo dove vanno avanti solo i raccomandati e le puttane? - mi chiedeva recentemente una mia giovane paziente in crisi - Perché devo fare la fatica di uscire di casa la mattina, affrontare il traffico, e tornare a casa la sera per poi essere ugualmente infelice? Non sarebbe meglio andarmene dove ci sono popoli che hanno molto meno di noi ma sono più contenti della vita?”.

Che cosa significa crescere nel mondo di oggi, e nel nostro Paese? Che forma stiamo dando alle nostre vite e a quelle dei nostri figli o dei giovani che ci sono affidati? Quale testimonianza trasmettiamo, magari inconsapevolmente, ai giovani che ci guardano. L’inerzia con cui ci sembrano sopravvivere non assomiglia alla nostra, non sono parenti il nostro e il loro pessimismo?

Mi pare che dobbiamo cercare di uscire da un’ottica individualista, quell’ottica secondo la quale un figlio o un genitore possano sopravvivere come individui isolati e autoreferenti al senso di sconforto e di futilità che ci assale collettivamente, magari con l’aiuto di uno psicoterapeuta che lo aiuti ad adattarsi meglio, ad assumere forme di vita più conformistiche, meno inquietanti per la società.

Forse dopo aver molto lavorato per differenziare le caratteristiche dell’infanzia da quelle dell’adolescenza e dalla fase adulta c’è la necessità anche per noi psicoterapeuti di pensare di più ai rapporti fra le generazioni, agli stereotipi con cui noi guardiamo gli adolescenti e proponiamo loro il ruolo adulto e con cui loro si propongono a noi. C’è bisogno di fare la fatica di storicizzare, di contestualizzare le varie forme di disagio giovanile invece che parlarne come patologie, fattori invarianti, che sopravvivono intonsi al tempo e alla storia.
Dobbiamo capire quando ci accordiamo inconsapevolmente con loro per risparmiarci reciprocamente la fatica di assumerci le proprie responsabilità.
Mi pare sia necessario aiutare i giovani a pensare le relazioni, a cogliere che la vita è un processo, un divenire, che presenta difficoltà ma anche potenzialità e gratificazioni, perché possano individuare ragioni per progredire piuttosto che mantenere uno stallo, una posizione sempre precaria e provvisoria o, addirittura, tornare regressivamente indietro alla ricerca delle ragioni di una volta.
Dobbiamo imparare ad occuparci delle nostre relazioni e a mantenerle vive, scoprire come si fa a parlare con i nuovi adolescenti e giovani adulti e non guardarli preoccupati dall’esterno, per scrutare i segni di un possibile disagio ed essere pronti a medicalizzarlo, magari con l’aiuto di un test di personalità, come sembra oggi andare di moda fra gli addetti ai lavori che si preoccupano della scientificità. Dobbiamo diagnosticare meno e incontrare di più, ritrovare le differenze ma anche le somiglianze.

Quando parliamo con i giovani è importante ricordarci della nostra adolescenza ma anche non perdere di vista il nostro essere adulti, per dare un senso alla nostra specifica posizione nel mondo che possa aiutare il giovane a cercare il suo. Insomma dobbiamo metterci la faccia!

Gentile signora, io non posso sapere, naturalmente, se suo figlio potrebbe avere bisogno di una psicoterapia capace di aiutarlo a mettere meglio a fuoco le difficoltà che si frappongono a maturare approfonditamente la concezione di stato adulto, come scriveva Novelletto, necessaria ad investire maggiormente in quella direzione. Quanto più chiaramente lei e suo marito riuscirete a cogliere il disagio del vostro ragazzo e ad aiutarlo a dargli un senso rispetto alle relazioni che sta vivendo tanto più probabilmente vostro figlio prenderà la strada del cambiamento, magari cominciando a consultare uno psicoterapeuta o magari con una delle tante altre modalità.

Voglio però ringraziarla per darmi l’opportunità di sottolineare la necessità che anche altri adulti, genitori, insegnanti, educatori, si spendano maggiormente per testimoniare ai giovani che un mondo diverso da quello attuale è possibile.

Cari saluti, Emilio Masina

giovedì 10 dicembre 2009

Gentile professore Masina,
ho letto i suoi articoli sul sito della cooperativa e volevo chiederle di aiutarmi a capire quello che è successo con mio figlio. Mario ha sedici anni ed è sempre stato un ragazzo assennato e responsabile, bravo a scuola anche se un po’ troppo riservato e silenzioso. Qualche giorno fa, durante la cena ci ha chiesto per l’ennesima volta di comprargli la macchinetta, che già hanno diversi suoi compagni, spiegando che non ce la fa più ad usare gli autobus. Mio marito era propenso a concedergliela mentre io mi sono opposta con fermezza. Ritengo che la macchinetta sia un lusso che vizia i ragazzi nel loro rapporto con la realtà. Inoltre noi dovremmo fare dei sacrifici per comprarla e non si vede perché dobbiamo adottare uno stile di vita che non ci appartiene. Il problema è che appena io e mio marito abbiamo cominciato a discutere Mario, per la prima volta in vita sua, ha dato fuori di matto. Ha cominciato a piangere e a urlare dicendo che è stufo di vedere che noi siamo in disaccordo su tutto, che non si sente visto né capito, che vorrebbe andare a vivere da un’altra parte. La scenata è andata avanti tutta la serata: più cercavamo di calmarlo e di invitarlo ad una discussione pacata più lui si alterava. Ci ha accusato di essere egoisti e spilorci, ipocriti che stanno insieme solo perché hanno paura di separarsi, di rovinargli la vita.
Mio marito era sconvolto e anche io ero incredula perché pensavo che le tensioni della nostra coppia, che avevamo accuratamente nascosto ai figli, non fossero mai trapelate. Mi ero illusa fino ad ora di riuscire a farli vivere serenamente; anzi, sono rimasta insieme a mio marito solo per loro, convinta che una separazione li avrebbe danneggiati. Mi sembra di aver sbagliato tutto e che essermi sacrificata non sia servito a niente. Lei cosa ne pensa? Le sono capitati altri casi come il nostro?
Grazie dell’aiuto che potrà darmi, Giorgia


Cara signora Giorgia,
di primo acchito mi verrebbe da dirle che non tutto il male viene per nuocere. Un figlio capace di esprimere il suo disagio, e di convocare i genitori a riflettere sulla situazione della famiglia, anche se con toni sofferti e accenti inappropriati, dimostra di non avere ancora perso la speranza di essere capito e aiutato. Percepisce, probabilmente, che voi genitori, che pure critica aspramente, potreste avere le risorse per farsi interrogare da lui e dalla sua sofferenza e per reagire. La stessa speranza trapela dalla sua lettera che mostra il desiderio di non censurare quanto è avvenuto, magari per soffocare il rimorso o la vergogna, ma di provare a capirci qualcosa.
Il ciclo vitale che la sua famiglia sta attraversando, quello in cui un figlio è diventato adolescente, è infatti propizio per trattare problemi che non si aveva la capacità o la forza di affrontare in precedenza. Gli adolescenti non sono, come spesso ci sembrano essere, dei “nemici” che hanno perso la bontà e la tenerezza di quando erano bambini o, addirittura, delle serpi che abbiamo covato involontariamente in seno; ma piuttosto, nella loro nuova condizione di “estranei”, interlocutori che ci possono indicare dove e come abbiamo sbagliato, dove ci siamo persi e dove potremmo, anche se con fatica, ritrovarci. Con tutta la spregiudicatezza dei suoi sedici anni Mario attacca uno dei presupposti che sono stati alla base delle relazioni della famiglia: quello che impone di rimanere insieme per il benessere dei figli. Mario infatti segnala che il rimedio è peggiore del male: piuttosto che proteggermi - sembra dire suo figlio - mi fate soffrire, perché evitando di trattare e risolvere i vostri problemi di coppia mi
trasmettete uno stile di funzionamento “ipocrita”, cioè basato su uno scollamento fra l’apparenza, una famiglia felice, e la sostanza, una famiglia minata dall’infelicità della coppia coniugale. Viene anche da chiedersi se l’accusa di non vederlo e capirlo non sia basata sulla sensazione di Mario che in qualche misura nella vostra famiglia il rapporto genitori figli si sia rovesciato: non siete più voi a garantire il suo benessere psicologico ma piuttosto è lui che, nel suo ruolo di figlio, funge da collante della coppia e vi aiuta a non confrontarvi con i vostri problemi relazionali. Mi pare che quando Mario vi accusa di essere spilorci non si riferisca tanto alla macchinetta negata, che sembra avere un significato consolatorio, ma piuttosto alla vostra difficoltà di impegnarvi fra di voi e con lui, passando da una situazione di ritiro emotivo ad una posizione di scambio e condivisione di pensieri ed emozioni. Forse ciò che lei dice di Mario, che è assennato e responsabile, anche se silenzioso e riservato, vale anche per voi. La famiglia, cioè, potrebbe essersi involontariamente centrata su una posizione doveristica – si sta insieme perché si deve, non perché si vuole – che viene percepita da suo figlio come asfittica e claustrofobica tanto da pensare di andarsene.
Insomma, cara signora, suo figlio è cresciuto e vi sta segnalando, con coraggio e fatica, che quello che è stato coperto e non detto è stato ugualmente percepito, attraverso i canali misteriosi che si attivano nelle famiglie.
Organismi viventi fatti di menti ma anche di corpi e di anime. Fare il punto, con lui e fra di voi, dei punti deboli e delle risorse, magari con l’aiuto di uno psicologo, potrebbe aprire prospettive che ora non sono nemmeno pensabili.
Cari saluti e auguri di buon lavoro,
Emilio Masina

domenica 30 dicembre 2007

Rivolgersi allo psicologo? Risposta ad Anonima del 13 ottobre 2007

Commento lasciato da Anonimo del 13/1072007

Buonasera. Non so perchè sto scrivendo in richiesta di consigli...forse perchè proprio i miei genitori,esasperati,mi hanno spinto a farlo...il che non è un segnale positivo, in alcun senso. ormai da due anni soffro di problemi di alimentazione, ormai da un anno e mezzo sono alla ricerca di un equilibrio, che, se trovato, non riesco a mantenere...il cibo è un problema quotidiano, incostante, logorante, che trascina con sé corpo e mente.
Non vorrei rivolgermi ad uno psicologo, non sono disposta a parlare delle cause che hanno mosso e che, a dispetto del tempo, continuano a muovere i miei sfoghi. almeno non ancora. Vorrei alcuni consigli per uscirne. perchè è una spirale che spinge sempre più in basso. e perchè ogni volta che mi riprometto di sconfiggermi da sola, poi mi ritrovo nella stessa situazione di prima, se non peggio, e prendendo coscienza del mio stagnare sul fondo, ho paura di lasciarmi amdare oltre, per timore di non sapermi più fermare. cosa oltretutto attuale.
Cerco l'aiuto di un esperto, se così può chiamarsi. un esperto, se davvero è possibile questo concetto. Vorrei farcela da sola, ma gli impulsi sono troppo deboli. mi deprime la consapevolezza di soffrire dei miei segreti, vorrei aver già conquistato un equilibrio per poter approfittare delle occasioni senza prevaricazioni, ma non ne sono in grado. e questo mi spaventa.
Mi celo dietro un secco anonimo, con una maschera sul volto che ancora non so bene di voler rimuovere definitivamente. Grazie dell'attenzione. e mi scuso per lo sfogo.

Risposta al commento di Anonimo
Gentile scrivente,innanzitutto ci deve scusare per il ritardo con cui rispondiamo alla sua lettera. Abbiamo traslocato il nostro centro in una nuova sede e abbiamo dovuto impegnare molte energie.
Partiamo dalla fine della sua lettera: il suo è solo uno sfogo? Quando si parla o si scrive a qualcuno l’obiettivo può essere quello di “scaricare” un pensiero o un’emozione; ma può esserci anche il desiderio di condividere pensieri ed emozioni difficili con altri, che possono ascoltare e provare a capire.
Certamente la sua lettera esprime quella che noi psicologi chiamiamo un’ambivalenza: lei vorrebbe chiedere aiuto ma, allo stesso tempo, lo considera un segnale di debolezza; vorrebbe qualcuno che la consigliasse sul da farsi ma pensa di fare da sola, di trovare un equilibrio per conto suo; accenna a delle cause che potrebbero dare senso alle sue difficoltà ma non è disposta a parlarne più esplicitamente; esce allo scoperto con il suo problema scrivendoci, ma dietro una maschera che la trattiene in una condizione di anonimità.
A me pare che in questa sua incertezza esistenziale ci sia un punto di forza e uno di debolezza.
Il punto di forza è rappresentato dal tentativo che lei ha fatto per un anno e mezzo, e forse più, di impegnarsi in prima persona per risolvere i suoi problemi, rinunciando ad effettuare una comoda delega agli altri. E, tuttavia, lei segnala la presenza di una parte di sé forte e travolgente - forse, aggiungo io, perché sconosciuta e anonima a lei stessa - che non riesce a gestire.
E qui entra in ballo il punto di debolezza: dopo aver tentato, ritentato e costatato un certo fallimento delle sue strategie “terapeutiche” lei insiste nel pensare che deve fare tutto da sola. Non crede che l’aiuto di un interlocutore competente potrebbe aiutarla? Mi pare di capire che lei consideri un segnale di debolezza aver seguito il consiglio dei genitori di rivolgersi a qualcuno e voglio rassicurarla: noi psicologi non siamo genitori, anche se condividiamo con questi ultimi lo status di adulto e la propensione a prenderci cura degli altri. Siamo, come lei scrive, esperti, cioè persone che da molti anni lavorano con i ragazzi non per curarli ma per aiutarli a mantenere e stabilizzare un volo, affascinante ma difficile, dall’adolescenza verso l’età adulta.
Ciò che a me pare il nemico più insidioso per lei non è tanto il problema dell’alimentazione quanto quella che lei chiama stagnazione. Io la definirei uno stato di incartamento e chiusura in se stessa che impedisce di vivere la vita in tutte le sue manifestazioni (incluso il piacere di mangiare). Se vive a Roma e vorrà venirci a trovare troverà persone interessate a discutere con lei cosa fare. Se invece vive in altre località, potremo darle l’indirizzo di esperti che lavorano in altre città italiane.

Cari saluti e auguri, Emilio Masina

martedì 30 ottobre 2007

Domande e Risposte 2

commento di Liliana - lasciato il 22/10/2006

Vorrei che qualcuno raccogliesse questo messaggio in bottiglia nel mare informatico. Sono una ragazza di diciotto anni che ha avuto una grossa delusione d’amore. Il mio ragazzo, che ha ventotto anni, mi ha bruscamente scaricata ed è sparito. Il suo telefonino è staccato oppure non risponde. Non so darmi pace perché stavamo bene insieme nonostante la differenza di età. Dove ho sbagliato? Perché è andato via? Perché non mi ha detto niente? Avrà trovato un’altra e non voleva ferirmi? Gli sarà successo qualcosa? Non posso chiamare a casa sua perché la nostra relazione era segreta e non so cosa dire ai suoi. Che fare? Sono solo io ad avere avuto questa esperienza o è capitato ad altri? Penso spesso di farla finita con questa vita orribile e beffarda. Qualcuno mi può aiutare?
Liliana

commento di Anonimo - lasciato il 13/10/2007 alle 19:13
Buonasera. Non so perchè sto scrivendo in richiesta di consigli...forse perchè proprio i miei genitori,esasperati,mi hanno spinto a farlo...il che non è un segnale positivo, in alcun senso. ormai da due anni soffro di problemi di alimentazione, ormai da un anno e mezzo sono alla ricerca di un equilibrio, che, se trovato, non riesco a mantenere...il cibo è un problema quotidiano, incostante, logorante, che trascina con sé corpo e mente.

Non vorrei rivolgermi ad uno psicologo, non sono disposta a parlare delle cause che hanno mosso e che, a dispetto del tempo, continuano a muovere i miei sfoghi. almeno non ancora.
Vorrei alcuni consigli per uscirne, perchè è una spirale che spinge sempre più in basso, e perchè ogni volta che mi riprometto di sconfiggermi da sola, poi mi ritrovo nella stessa situazione di prima. Se non peggio.
E prendendo coscienza del mio stagnare sul fondo, ho paura di lasciarmi amdare oltre, per timore di non sapermi più fermare. cosa oltretutto attuale. Cerco l'aiuto di un esperto, se così può chiamarsi. un esperto, se davvero è possibile questo concetto.
Vorrei farcela da sola, ma gli impulsi sono troppo deboli. mi deprime la consapevolezza di soffrire dei miei segreti, vorrei aver già conquistato un equilibrio per poter approfittare delle occasioni senza prevaricazioni, ma non ne sono in grado. e questo mi spaventa.
Mi celo dietro un secco anonimo, con una maschera sul volto che ancora non so bene di voler rimuovere definitivamente. Grazie dell'attenzione. e mi scuso per lo sfogo.