domenica 21 ottobre 2012

Giacomo e il difficile incrocio tra Medicina e Psicologia (terza e ultima parte)

Mario aveva fatto una smorfia amara perché, parlando con Alfonso e Dorina, si era ricordato della fatica che aveva fatto lui per trovare uno psicoterapeuta competente. Prima di tutto aveva dovuto fare i conti con la sua incerta motivazione a farsi seguire da qualcuno che non fosse lui stesso. Era, all’epoca, un giovane chiuso e isolato, senza amici e incapace di trovare una donna, segnato dalla tristezza. Tuttavia, aveva una mente brillante – si era laureato in matematica con il massimo dei voti – e il suo interesse per la psicologia era, almeno così gli sembrava, puramente intellettuale. Insomma, Mario aveva delle inquietudini ma cercava, come tanti giovani adulti, di curarsi da sé. Insieme con alcuni libri in cui venivano accostati modelli matematici e psicologici, che aveva letteralmente divorato, aveva trovato una quantità di altre pubblicazioni, alcune paludate, altre molto più leggere. Era un lettore onnivoro che si buttava persino sulle riviste trovate dal barbiere, cercando, insieme agli ultimi pettegolezzi sui fidanzamenti e le separazioni delle coppie famose, la posta del cuore che leggeva con avidità immedesimandosi nei personaggi e nelle situazioni che venivano descritte. Nonostante questa bulimia letteraria gli avesse più volte generato una sensazione di nausea e di rigetto era riuscito a capire alcune profonde verità: 1) Vi era una certa vicinanza e contiguità tra scienze psicologiche e senso comune (alcuni discorsi degli psicologi si avvicinavano molto ai consigli di sua nonna!); 2) Questa vicinanza, se da un lato andava a scapito della serietà scientifica della psicologia, dall’altro lato ne amplificava enormemente l’importanza nella società. Leggendo tutto quel materiale a Mario sembrava che le aspettative nei confronti della psicologia fossero molto elevate e riguardassero ogni campo dell’esistenza umana. La genericità di queste aspettative (disagio, conflitti, eventi traumatici, malfunzionamento, ecc.) rendeva difficile ai potenziali clienti formulare delle domande di aiuto imperniate su obiettivi circoscritti utilizzabili come standard per valutare la prestazione professionale dello psicoterapeuta; 3) In una collusione con la genericità delle domande anche il sistema professionale degli psicologi offriva una serie di risposte che a lui sembravano poco convincenti: il nesso tra l’azione dello psicologo e il risultato promesso non era chiaro. O almeno, non altrettanto chiaro come quello del medico che si propone di arrivare alla guarigione, ad esempio eliminando dall’organismo malato il batterio responsabile. Vi era, insomma, una sorta di debolezza concettuale sia nell’offerta che nella domanda di prestazione psicologica e gli stessi interventi dello psicologo venivano valutati non in base all’azione di modelli specifici ma piuttosto in base al comune sentire.
Eppure, tutto questo ragionare di psicologia e di cure aveva fatto venire a Mario una gran voglia di discuterne con qualcuno. Continuando a prendere la questione della sua sofferenza alla larga, si era mosso sul web scoprendo che esistevano una serie di società di psicoterapeuti accreditate dal Ministero della ricerca scientifica. Però, la vastità dell’offerta lo aveva lasciato sconcertato: a chi rivolgersi in tanta abbondanza? Navigando aveva scoperto che uno psicologo su tre in Europa e uno su dieci nel Mondo era italiano: “Possibile che tutti gli italiani, oltre a voler scrivere un libro, vogliano diventare psicologi?” si era chiesto. Mario voleva anche sapere, dato che le sue risorse economiche erano limitate, quanto costasse una terapia ma le informazioni sul sito dell’Ordine Nazionale degli Psicologi non lo avevano granché aiutato: la fascia degli onorari per una seduta individuale era molto ampia - si andava dai 35 ai 115 euro. Sul sito si diceva che per la determinazione dell’onorario il professionista doveva tenere conto della situazione sociale e della condizione economica del cliente ma anche dell’urgenza e della complessità della prestazione richiesta. Tanto è vero che per le prestazioni professionali di eccezionale complessità gli onorari potevano essere aumentati sino al 30%. Ma chi decideva cosa era eccezionalmente complesso? Il cliente aveva voce in capitolo? Altri siti parlavano, più allusivamente, di una psicoterapia che sarebbe costata come una macchina di media cilindrata. “Forse ce la posso fare!” aveva pensato Mario, che da poco aveva cominciato a lavorare come insegnante. Ma poi si era imbattuto nei siti di quei professionisti che Freud - ma questo Mario non lo sapeva - avrebbe chiamato “selvaggi”: medici, psicologi e/o psicoterapeuti con scarsa competenza che promettevano mirabolanti cambiamenti, magari con l’ausilio di video raffinati in cui la telecamera oscillava tra il loro viso ispirato (o spiritato?) e il lettino (più poltrona) usato dagli psicoanalisti patentati. Si era spaventato moltissimo e per un bel po’ aveva soprasseduto. Con il senno di poi riconosceva di essere stato molto diffidente e che il suo modo sospettoso di ragionare faceva parte della sua “malattia”. Però riconosceva in se stesso anche una componente di sana cautela: voleva capire bene a chi avrebbe dovuto affidarsi prima di fare un passo che sentiva impegnativo e importante per il suo futuro.
Solo dopo molti ripensamenti Mario si era fatto coraggio e aveva cominciato a chiedere informazioni ai suoi conoscenti. Attraverso il passaparola e le buone referenze di ex-pazienti era arrivato a selezionare, fra i tanti strizzacervelli una rosa di tre nomi. Non restava che mettersi in gioco e prendere un appuntamento.
Il primo incontro si risolse in un sonoro fiasco: il dottore che lo ricevette era affabile ma parlava come una macchinetta, riempiendolo di domande. “Per fare un’anamnesi” si era giustificato ad un certo punto, rendendosi conto lui stesso, dalla ritrosia del cliente, che qualcosa non andava. E poi, quando Mario, timidamente aveva accennato ai suoi problemi con la moglie, gli aveva detto, ammiccando, che comprendeva: “Fra uomini possiamo condividere i problemi che ci danno le donne!”. Così, Mario lo aveva salutato e, nonostante l’insistenza del dottore per fissare un altro appuntamento, non si era più fatto vivo. La seconda volta fu più difficile: la dottoressa era più calma e sembrava disposta ad ascoltare. Era solo un po’ troppo gentile e sorridente e aveva una gonna piuttosto corta che, quando accavallava le gambe, induceva Mario a distrarsi dal filo dei suoi pensieri. La psicologa aveva fatto qualche commento sensato sulla sua situazione e alla fine del colloquio gli aveva detto che quel primo appuntamento era gratuito. Ci sarebbe stato tempo poi, se decideva di avviare un lavoro con lei, per pagare l’onorario. Mario era tornato, anche se non era del tutto convinto. Aveva deciso di darsi, di darle un’altra chance. Nel secondo incontro, aiutato dall’espressione seria e comprensiva della dottoressa, si era lasciato più andare e aveva raccontato, piangendo, un’episodio molto doloroso della propria infanzia. Ma proprio sul più bello, proprio quando gli pareva che il peso che aveva portato dentro per tanti anni potesse essere finalmente condiviso con qualcuno, la dottoressa si era alzata per andare a prendergli i fazzolettini nell’altra stanza. In un lampo di dolorosa consapevolezza Mario aveva capito che la psicologa non riusciva a tollerare la sofferenza che lui stava esprimendo e aveva dovuto interrompere il contatto. Per non avere rimorsi, era riuscito a pagare l’onorario ma non ad avere la ricevuta – “Purtroppo noi professionisti siamo gravati da un’elevata pressione fiscale e dobbiamo difenderci”, aveva detto lei. Mario era uscito irritato per il tempo e le energie sprecate: “Questi stanno peggio di noi!” si era detto, cercando di far evaporare la rabbia .
“E poi che cosa è successo?” chiese Alfonso. Mario non si era quasi reso conto di aver raccontato ai suoi amici il suo percorso di avvicinamento alla psicoterapia. “Ho trovato quello giusto” – rispose, allentando la stretta della mascella in un sorriso. “Sai, Alfonso, ho capito attraverso le mie esperienze che molte volte noi clienti ci accontentiamo troppo facilmente di chi ci viene presentato. E’ come se non volessimo fare fatica e non vedessimo l’ora di delegare a qualcuno, non importa chi, la soluzione dei nostri problemi. Cerchiamo di essere pazienti, piuttosto che clienti. Insomma – concluse Mario - si potrebbe dire che ciascuno ha il terapeuta che si merita!”.
Si era fatto tardi e Mario tornò a casa. Dorina e Alfonso scambiarono qualche opinione sulla serata: “E’ stato interessante”, disse Alfonso. “Ma anche molto duro”, esclamò Dorina. “Ci ha fatto capire che dobbiamo essere attivi nella ricerca di aiuto”, disse Alfonso. “E anche che possiamo essere in difficoltà ma non senza risorse”, aggiunse Dorina. Chiamarono Giacomo nel solito tentativo di capire dove fosse finito ma quando si accorsero che il cellulare era spento non reagirono con rabbia, come le altre volte. Anzi, andarono a letto abbracciati. “Domani è un altro giorno”, disse Dorina, prima di spegnere la luce.

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