sabato 26 gennaio 2013
La Tregua
Loredana, sedici anni, racconta che lei e il suo ragazzo sono diventati troppo ansiosi e fanno interminabili discussioni. Lui è spaventato dalla forza che sta assumendo il loro rapporto e lei deve continuamente incoraggiarlo, come una premurosa crocerossina, a tenere duro. Giovanni dice che pensa a lei come alla donna della sua vita ma questo lo angoscia perché vorrebbe fare altre esperienze, avere altre ragazze: “Vorrei che avessimo già trent’anni per sposarci, fare dei figli e non lasciarci più, per sempre. Vorrei che questa fase fosse superata! Ho paura di doverti già dire: ‘Se mi lasci, ti ammazzo!”.
Quando stanno insieme ci sono ancora, di tanto in tanto, momenti di meravigliosa complicità. Ma poi, all’improvviso, lui si fa negare oppure, se la incontra, si chiude nel silenzio; quando passeggiano nei centri commerciali critica le coppiette che si tengono per mano perché sono troppo melense. Loredana lo insegue, lo esorta a lasciarsi andare: “Un poco alla volta, miglioriamo!”. La coppia va avanti ma è lei che mette tutta la benzina. Ora la crocerossina è stanca e senza più energie. Gli ha proposto una tregua: “Cerchiamo di vivere senza parlare sempre dei nostri problemi, sennò non ce la facciamo!”.
A volte gli adolescenti, senza che noi ce ne accorgiamo, vivono rapporti estenuanti. Si votano all’altro anima e corpo, si tendono terribili trabocchetti. Senza volerlo, si infilano dentro vicoli ciechi. Eppure, con coraggio e incoscienza, cercano anche loro di rispondere all’eterna domanda: che cos’è l’amore?
Emilio Masina
martedì 1 gennaio 2013
Okkupazione
Il folto gruppo dei genitori davanti al prestigioso liceo romano era preda di un’intensa agitazione. La campanella che segnava l’entrata dei ragazzi era suonata da un pezzo ma mamme e papà (questi ultimi in numero, a dire la verità, piuttosto ridotto) stazionava ancora sul largo marciapiedi commentando le recenti agitazioni degli studenti che contestavano il ddl Aprea di riforma della scuola.
sabato 15 dicembre 2012
Questione di concentrazione
Mario, insonne, spiega che per facilitare l’addormentamento chiude gli occhi e pensa alla sua barca a vela: Però non a quando naviga e si gode il viaggio, il sole e la brezza leggera che gli carezza la faccia, i riflessi del mare al tramonto oppure, quando è notte, lo splendore della luna piena.
sabato 3 novembre 2012
Poltrone?
Lorenzo mi racconta che i teatri di Londra,
costruiti in età vittoriana, stanno sostituendo le loro scomode poltroncine, che
non consentono di assumere una postura confortevole. La spina dorsale è costretta
a curvarsi per sostenere il peso della testa e i muscoli di tutto il corpo
vengono sottoposti a una sgradevole tensione. Gli spettatori fanno continui
movimenti per trovare un assetto più comodo, oppure tendono ad appisolarsi. Ora
verranno montate poltroncine ergonomiche ma sarà un cambiamento limitato: non
come quando i teatri venivano buttati
giù e rifatti interamente, come è stato per il Theatre Royal, il più vecchio di
Londra, demolito e ricostruito tre volte.
Ivano, invece, dice che si è rassegnato a cambiare i
mobili della sua casa senza cambiare l’abitazione, che pure ha molti difetti.
Sarebbe bello avere una casa nuova ma troppo faticoso e oneroso per le sue
finanze.
Metafore architettoniche per parlare di sé e del
nostro lavoro. I pazienti spesso vorrebbero cambiamenti limitati, selettivi,
che tolgano il disagio senza obbligare a faticose ristrutturazioni. Le
emergenze emozionali, come le pietanze troppo forti assaggiate all’estero, sono
fastidiose e mettono in contatto con altri mondi.
E gli psicoanalisti? Tanti soffrono di mal di
schiena, per le molte ore trascorse seduti ma soprattutto per le tensioni
immagazzinate sul lavoro e comprano ingombranti poltrone ergonomiche. Più facile,
anche per loro, piuttosto che tornare di tanto in tanto in analisi, come
suggeriva Freud, affidarsi alla poltrona ortopedica?
Emilio Masina
domenica 28 ottobre 2012
Attacco ai bambini
Ci sono immagini che segnano un’epoca perché
riescono a dare corpo a un comune sentire rimasto inespresso. Proviamo la
sensazione angosciosa che nel nostro Paese vi sia una crisi della funzione
simbolica della legge e dell’autorità ed ecco che, dopo il faccione di Fiorito,
incappiamo nel video sul prelievo forzato di un bambino a scuola per opera
della Polizia di Stato.
Riassumo brevemente i fatti. Il giudice minorile
dispone di togliere Lorenzo, dieci anni, figlio di genitori separati, alla
potestà della madre e di portarlo in una comunità protetta per “riassestare e resettare
i suoi rapporti affettivi in un ambiente consono al suo stile di vita”. Secondo
lo psichiatra, consulente del Tribunale, la signora è responsabile di escludere
l’ex marito dalla vita del bambino e di fare a quest’ultimo una sorta di
lavaggio del cervello che lo spinge a vedere il padre come un alieno, cioè a
soffrire di quella che viene chiamata in gergo tecnico Pas (Parental alienation
Syndrome). Dopo due tentativi di prendere Lorenzo a casa, falliti perché lui,
terrorizzato, si rifugia sotto il letto, polizia, assistenti sociali, psichiatra
e padre del bambino vanno a scuola e, poiché Lorenzo si rifiuta di andare con
loro, lo caricano di peso su una macchina. Vi è una colluttazione con il nonno
e la zia materni che, armati di telecamera, da diverso tempo presidiano la
scuola per opporsi a questo tipo di azioni. La signora urla: “Bastardi, i
bambini non si portano via, vanno ascoltati! Ma chi siete voi? Quelli della
Gestapo?”. Nel filmato si sente anche la voce di Lorenzo che chiede aiuto,
mentre il padre lo tiene per i piedi, lo psichiatra per il braccio e un
poliziotto per le spalle: “Aiutami, zia, non ce la faccio. Nonno, aiuto, non
respiro!”.Una poliziotta, di fronte alle rimostranze della signora, afferma:
“Non sono tenuta a parlarle. Io sono un ispettore di polizia, voi non siete
niente!”. Nel clamore suscitato dalla vicenda ecco un campionario di
dichiarazioni comparse sui giornali:“Sul bambino non ci sono lividi né
ecchimosi” (psichiatra);. “Un provvedimento inevitabile, in cui l’esecuzione è
sfuggita di mano” (magistrato); “L’operato dei miei uomini è stato cristallino:
il ragazzino ha avuto una reazione violenta e il padre lo ha afferrato per i piedi,
gli agenti sono intervenuti a sollevarlo da terra” (questore); “La forza è
necessaria per liberare un bambino che è stato rapito” (padre). Gli stessi
giornali hanno riportato che Lorenzo nella comunità per molti giorni ha tenuto
addosso la stessa tuta che aveva a scuola, come se volesse fermare il tempo; e diversi
commentatori hanno rilevato che bisognava interpellarlo, non forzarlo ad
ubbidire: come se bastasse chiedere ad un bambino con chi vuole stare per risolvere
una vicenda in cui i genitori lo strumentalizzano per avanzare le loro
richieste.
Prima di riuscire a inquadrare razionalmente la
triste vicenda, quel viluppo di corpi, quelle grida scomposte, ci comunicano
l’impressione di un mondo impazzito, preda di emozioni violente. Un mondo
incapace di pensare tensioni e conflitti ma solo di agirli in preda alla paranoia:
un lucido delirio che porta a pensare che ogni male sia da attribuire sempre e
solo agli altri. La paranoia, afferma lo psicoanalista Luigi Zoja, è’unico
disturbo mentale dotato di autotropia, cioè di forza autonoma di
moltiplicazione e di contagio. Accade così che il giudice, piuttosto che
disporre l’approfondimento e la presa in carico delle cause del disagio
familiare, preferisca rendere “orfano” il bambino di entrambi i genitori, collocandolo
in una casa famiglia e sottraendogli tutte le sicurezze acquisite: la mamma, i
nonni, la scuola, i compagni, lo sport. La parola “resettare”, evidentemente un
lapsus freudiano, ci informa che il magistrato nel suo intimo non crede che le
tensioni familiari possano essere affrontate, capite e risolte ma solo rimosse,
come si fa con le informazioni di un computer, nell’illusione che si possa
ricominciare daccapo. La stessa sfiducia sembra ispirare lo psichiatra che,
invece di lavorare con il bambino e i genitori per esplorare e tentare di
orientare il grave conflitto familiare, stigmatizza il comportamento della
madre, ricorrendo alla diagnosi di Pas, un disturbo inesistente, al punto che
l’Apa (American Psychiatric Association), ovvero l’associazione americana i cui
membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di
malattie mentali, lo ha escluso recentemente dal manuale diagnostico e
statistico dei disturbi stessi (DSM 5). L’esimio consulente non si limita a
utilizzare la scorciatoia della “malattia”; incapace com’è di fare ricorso a
una competenza, ma si reca a scuola collaborando attivamente a traumatizzare il
bambino e a ridurlo in uno stato, fisico e psicologico, di impotenza! E cosa
dire dei rappresentanti della Polizia di Stato, a loro volta incapaci di cogliere
l’inopportunità dell’uso della forza nel contesto delicato e fragile di una
scuola elementare che, per di più, abusano del loro potere per ridurre al
silenzio chi vi si oppone? Alla fine, ma potremmo dire all’inizio del circuito
paranoico vediamo in azione un padre violento (accusato in precedenza dal
figlio e dalla moglie di maltrattamenti) ma anche una famiglia militarizzata,
quella materna, che fa la ronda attorno alla scuola di Lorenzo, ridotta ormai ad
un campo di battaglia.
La paranoia, infatti, non tollera il dubbio e i faticosi passaggi che la mente deve affrontare per esplorare e capire le cose difficili.
Come molte guerre hanno dimostrato, precedere l’attacco del “nemico”
significa evitare la morte somministrandola all’avversario. Penso che tutti noi
ci siamo identificati con Lorenzo, con la sua fragilità di vaso di coccio fra i
vasi di ferro. Abbiamo invocato il ritorno della ragione, una formazione
psicologica per giudici, forze di polizia e anche per i consulenti
incompetenti, incapaci di lavorare nelle e con le relazioni dei loro clienti;
consulenti che oggettivano gli umani disagi come se fossero microbi da
sconfiggere con gli antibiotici. Abbiamo pensato alle carenze della scuola e
dell’università che, sempre più abbandonate a loro stesse, senza fondi e
risorse, devono affrontare il predominio della logica mercantile ed
economicistica, ispirata da un sempre meno velato darwinismo sociale. Ci sono
venute in mente le tante famiglie in difficoltà, che rimangono isolate in un
tessuto sociale sempre più disgregato. E i Tribunali, cui sempre più genitori
ricorrono, nell’illusione che delegare il potere decisionale ad un terzo
risparmi loro la fatica e il dolore di capire, e di ovviare, ai propri errori.
Emilio Masina
Emilio Masina
domenica 21 ottobre 2012
Giacomo e il difficile incrocio tra Medicina e Psicologia (terza e ultima parte)
Mario aveva fatto una smorfia amara perché, parlando con Alfonso e Dorina, si era ricordato della fatica che aveva fatto lui per trovare uno psicoterapeuta competente. Prima di tutto aveva dovuto fare i conti con la sua incerta motivazione a farsi seguire da qualcuno che non fosse lui stesso. Era, all’epoca, un giovane chiuso e isolato, senza amici e incapace di trovare una donna, segnato dalla tristezza. Tuttavia, aveva una mente brillante – si era laureato in matematica con il massimo dei voti – e il suo interesse per la psicologia era, almeno così gli sembrava, puramente intellettuale. Insomma, Mario aveva delle inquietudini ma cercava, come tanti giovani adulti, di curarsi da sé. Insieme con alcuni libri in cui venivano accostati modelli matematici e psicologici, che aveva letteralmente divorato, aveva trovato una quantità di altre pubblicazioni, alcune paludate, altre molto più leggere. Era un lettore onnivoro che si buttava persino sulle riviste trovate dal barbiere, cercando, insieme agli ultimi pettegolezzi sui fidanzamenti e le separazioni delle coppie famose, la posta del cuore che leggeva con avidità immedesimandosi nei personaggi e nelle situazioni che venivano descritte. Nonostante questa bulimia letteraria gli avesse più volte generato una sensazione di nausea e di rigetto era riuscito a capire alcune profonde verità: 1) Vi era una certa vicinanza e contiguità tra scienze psicologiche e senso comune (alcuni discorsi degli psicologi si avvicinavano molto ai consigli di sua nonna!); 2) Questa vicinanza, se da un lato andava a scapito della serietà scientifica della psicologia, dall’altro lato ne amplificava enormemente l’importanza nella società. Leggendo tutto quel materiale a Mario sembrava che le aspettative nei confronti della psicologia fossero molto elevate e riguardassero ogni campo dell’esistenza umana. La genericità di queste aspettative (disagio, conflitti, eventi traumatici, malfunzionamento, ecc.) rendeva difficile ai potenziali clienti formulare delle domande di aiuto imperniate su obiettivi circoscritti utilizzabili come standard per valutare la prestazione professionale dello psicoterapeuta; 3) In una collusione con la genericità delle domande anche il sistema professionale degli psicologi offriva una serie di risposte che a lui sembravano poco convincenti: il nesso tra l’azione dello psicologo e il risultato promesso non era chiaro. O almeno, non altrettanto chiaro come quello del medico che si propone di arrivare alla guarigione, ad esempio eliminando dall’organismo malato il batterio responsabile. Vi era, insomma, una sorta di debolezza concettuale sia nell’offerta che nella domanda di prestazione psicologica e gli stessi interventi dello psicologo venivano valutati non in base all’azione di modelli specifici ma piuttosto in base al comune sentire.
Eppure, tutto questo ragionare di psicologia e di cure aveva fatto venire a Mario una gran voglia di discuterne con qualcuno. Continuando a prendere la questione della sua sofferenza alla larga, si era mosso sul web scoprendo che esistevano una serie di società di psicoterapeuti accreditate dal Ministero della ricerca scientifica. Però, la vastità dell’offerta lo aveva lasciato sconcertato: a chi rivolgersi in tanta abbondanza? Navigando aveva scoperto che uno psicologo su tre in Europa e uno su dieci nel Mondo era italiano: “Possibile che tutti gli italiani, oltre a voler scrivere un libro, vogliano diventare psicologi?” si era chiesto. Mario voleva anche sapere, dato che le sue risorse economiche erano limitate, quanto costasse una terapia ma le informazioni sul sito dell’Ordine Nazionale degli Psicologi non lo avevano granché aiutato: la fascia degli onorari per una seduta individuale era molto ampia - si andava dai 35 ai 115 euro. Sul sito si diceva che per la determinazione dell’onorario il professionista doveva tenere conto della situazione sociale e della condizione economica del cliente ma anche dell’urgenza e della complessità della prestazione richiesta. Tanto è vero che per le prestazioni professionali di eccezionale complessità gli onorari potevano essere aumentati sino al 30%. Ma chi decideva cosa era eccezionalmente complesso? Il cliente aveva voce in capitolo? Altri siti parlavano, più allusivamente, di una psicoterapia che sarebbe costata come una macchina di media cilindrata. “Forse ce la posso fare!” aveva pensato Mario, che da poco aveva cominciato a lavorare come insegnante. Ma poi si era imbattuto nei siti di quei professionisti che Freud - ma questo Mario non lo sapeva - avrebbe chiamato “selvaggi”: medici, psicologi e/o psicoterapeuti con scarsa competenza che promettevano mirabolanti cambiamenti, magari con l’ausilio di video raffinati in cui la telecamera oscillava tra il loro viso ispirato (o spiritato?) e il lettino (più poltrona) usato dagli psicoanalisti patentati. Si era spaventato moltissimo e per un bel po’ aveva soprasseduto. Con il senno di poi riconosceva di essere stato molto diffidente e che il suo modo sospettoso di ragionare faceva parte della sua “malattia”. Però riconosceva in se stesso anche una componente di sana cautela: voleva capire bene a chi avrebbe dovuto affidarsi prima di fare un passo che sentiva impegnativo e importante per il suo futuro.
Solo dopo molti ripensamenti Mario si era fatto coraggio e aveva cominciato a chiedere informazioni ai suoi conoscenti. Attraverso il passaparola e le buone referenze di ex-pazienti era arrivato a selezionare, fra i tanti strizzacervelli una rosa di tre nomi. Non restava che mettersi in gioco e prendere un appuntamento.
Il primo incontro si risolse in un sonoro fiasco: il dottore che lo ricevette era affabile ma parlava come una macchinetta, riempiendolo di domande. “Per fare un’anamnesi” si era giustificato ad un certo punto, rendendosi conto lui stesso, dalla ritrosia del cliente, che qualcosa non andava. E poi, quando Mario, timidamente aveva accennato ai suoi problemi con la moglie, gli aveva detto, ammiccando, che comprendeva: “Fra uomini possiamo condividere i problemi che ci danno le donne!”. Così, Mario lo aveva salutato e, nonostante l’insistenza del dottore per fissare un altro appuntamento, non si era più fatto vivo. La seconda volta fu più difficile: la dottoressa era più calma e sembrava disposta ad ascoltare. Era solo un po’ troppo gentile e sorridente e aveva una gonna piuttosto corta che, quando accavallava le gambe, induceva Mario a distrarsi dal filo dei suoi pensieri. La psicologa aveva fatto qualche commento sensato sulla sua situazione e alla fine del colloquio gli aveva detto che quel primo appuntamento era gratuito. Ci sarebbe stato tempo poi, se decideva di avviare un lavoro con lei, per pagare l’onorario. Mario era tornato, anche se non era del tutto convinto. Aveva deciso di darsi, di darle un’altra chance. Nel secondo incontro, aiutato dall’espressione seria e comprensiva della dottoressa, si era lasciato più andare e aveva raccontato, piangendo, un’episodio molto doloroso della propria infanzia. Ma proprio sul più bello, proprio quando gli pareva che il peso che aveva portato dentro per tanti anni potesse essere finalmente condiviso con qualcuno, la dottoressa si era alzata per andare a prendergli i fazzolettini nell’altra stanza. In un lampo di dolorosa consapevolezza Mario aveva capito che la psicologa non riusciva a tollerare la sofferenza che lui stava esprimendo e aveva dovuto interrompere il contatto. Per non avere rimorsi, era riuscito a pagare l’onorario ma non ad avere la ricevuta – “Purtroppo noi professionisti siamo gravati da un’elevata pressione fiscale e dobbiamo difenderci”, aveva detto lei. Mario era uscito irritato per il tempo e le energie sprecate: “Questi stanno peggio di noi!” si era detto, cercando di far evaporare la rabbia .
“E poi che cosa è successo?” chiese Alfonso. Mario non si era quasi reso conto di aver raccontato ai suoi amici il suo percorso di avvicinamento alla psicoterapia. “Ho trovato quello giusto” – rispose, allentando la stretta della mascella in un sorriso. “Sai, Alfonso, ho capito attraverso le mie esperienze che molte volte noi clienti ci accontentiamo troppo facilmente di chi ci viene presentato. E’ come se non volessimo fare fatica e non vedessimo l’ora di delegare a qualcuno, non importa chi, la soluzione dei nostri problemi. Cerchiamo di essere pazienti, piuttosto che clienti. Insomma – concluse Mario - si potrebbe dire che ciascuno ha il terapeuta che si merita!”.
Si era fatto tardi e Mario tornò a casa. Dorina e Alfonso scambiarono qualche opinione sulla serata: “E’ stato interessante”, disse Alfonso. “Ma anche molto duro”, esclamò Dorina. “Ci ha fatto capire che dobbiamo essere attivi nella ricerca di aiuto”, disse Alfonso. “E anche che possiamo essere in difficoltà ma non senza risorse”, aggiunse Dorina. Chiamarono Giacomo nel solito tentativo di capire dove fosse finito ma quando si accorsero che il cellulare era spento non reagirono con rabbia, come le altre volte. Anzi, andarono a letto abbracciati. “Domani è un altro giorno”, disse Dorina, prima di spegnere la luce.
Eppure, tutto questo ragionare di psicologia e di cure aveva fatto venire a Mario una gran voglia di discuterne con qualcuno. Continuando a prendere la questione della sua sofferenza alla larga, si era mosso sul web scoprendo che esistevano una serie di società di psicoterapeuti accreditate dal Ministero della ricerca scientifica. Però, la vastità dell’offerta lo aveva lasciato sconcertato: a chi rivolgersi in tanta abbondanza? Navigando aveva scoperto che uno psicologo su tre in Europa e uno su dieci nel Mondo era italiano: “Possibile che tutti gli italiani, oltre a voler scrivere un libro, vogliano diventare psicologi?” si era chiesto. Mario voleva anche sapere, dato che le sue risorse economiche erano limitate, quanto costasse una terapia ma le informazioni sul sito dell’Ordine Nazionale degli Psicologi non lo avevano granché aiutato: la fascia degli onorari per una seduta individuale era molto ampia - si andava dai 35 ai 115 euro. Sul sito si diceva che per la determinazione dell’onorario il professionista doveva tenere conto della situazione sociale e della condizione economica del cliente ma anche dell’urgenza e della complessità della prestazione richiesta. Tanto è vero che per le prestazioni professionali di eccezionale complessità gli onorari potevano essere aumentati sino al 30%. Ma chi decideva cosa era eccezionalmente complesso? Il cliente aveva voce in capitolo? Altri siti parlavano, più allusivamente, di una psicoterapia che sarebbe costata come una macchina di media cilindrata. “Forse ce la posso fare!” aveva pensato Mario, che da poco aveva cominciato a lavorare come insegnante. Ma poi si era imbattuto nei siti di quei professionisti che Freud - ma questo Mario non lo sapeva - avrebbe chiamato “selvaggi”: medici, psicologi e/o psicoterapeuti con scarsa competenza che promettevano mirabolanti cambiamenti, magari con l’ausilio di video raffinati in cui la telecamera oscillava tra il loro viso ispirato (o spiritato?) e il lettino (più poltrona) usato dagli psicoanalisti patentati. Si era spaventato moltissimo e per un bel po’ aveva soprasseduto. Con il senno di poi riconosceva di essere stato molto diffidente e che il suo modo sospettoso di ragionare faceva parte della sua “malattia”. Però riconosceva in se stesso anche una componente di sana cautela: voleva capire bene a chi avrebbe dovuto affidarsi prima di fare un passo che sentiva impegnativo e importante per il suo futuro.
Solo dopo molti ripensamenti Mario si era fatto coraggio e aveva cominciato a chiedere informazioni ai suoi conoscenti. Attraverso il passaparola e le buone referenze di ex-pazienti era arrivato a selezionare, fra i tanti strizzacervelli una rosa di tre nomi. Non restava che mettersi in gioco e prendere un appuntamento.
Il primo incontro si risolse in un sonoro fiasco: il dottore che lo ricevette era affabile ma parlava come una macchinetta, riempiendolo di domande. “Per fare un’anamnesi” si era giustificato ad un certo punto, rendendosi conto lui stesso, dalla ritrosia del cliente, che qualcosa non andava. E poi, quando Mario, timidamente aveva accennato ai suoi problemi con la moglie, gli aveva detto, ammiccando, che comprendeva: “Fra uomini possiamo condividere i problemi che ci danno le donne!”. Così, Mario lo aveva salutato e, nonostante l’insistenza del dottore per fissare un altro appuntamento, non si era più fatto vivo. La seconda volta fu più difficile: la dottoressa era più calma e sembrava disposta ad ascoltare. Era solo un po’ troppo gentile e sorridente e aveva una gonna piuttosto corta che, quando accavallava le gambe, induceva Mario a distrarsi dal filo dei suoi pensieri. La psicologa aveva fatto qualche commento sensato sulla sua situazione e alla fine del colloquio gli aveva detto che quel primo appuntamento era gratuito. Ci sarebbe stato tempo poi, se decideva di avviare un lavoro con lei, per pagare l’onorario. Mario era tornato, anche se non era del tutto convinto. Aveva deciso di darsi, di darle un’altra chance. Nel secondo incontro, aiutato dall’espressione seria e comprensiva della dottoressa, si era lasciato più andare e aveva raccontato, piangendo, un’episodio molto doloroso della propria infanzia. Ma proprio sul più bello, proprio quando gli pareva che il peso che aveva portato dentro per tanti anni potesse essere finalmente condiviso con qualcuno, la dottoressa si era alzata per andare a prendergli i fazzolettini nell’altra stanza. In un lampo di dolorosa consapevolezza Mario aveva capito che la psicologa non riusciva a tollerare la sofferenza che lui stava esprimendo e aveva dovuto interrompere il contatto. Per non avere rimorsi, era riuscito a pagare l’onorario ma non ad avere la ricevuta – “Purtroppo noi professionisti siamo gravati da un’elevata pressione fiscale e dobbiamo difenderci”, aveva detto lei. Mario era uscito irritato per il tempo e le energie sprecate: “Questi stanno peggio di noi!” si era detto, cercando di far evaporare la rabbia .
“E poi che cosa è successo?” chiese Alfonso. Mario non si era quasi reso conto di aver raccontato ai suoi amici il suo percorso di avvicinamento alla psicoterapia. “Ho trovato quello giusto” – rispose, allentando la stretta della mascella in un sorriso. “Sai, Alfonso, ho capito attraverso le mie esperienze che molte volte noi clienti ci accontentiamo troppo facilmente di chi ci viene presentato. E’ come se non volessimo fare fatica e non vedessimo l’ora di delegare a qualcuno, non importa chi, la soluzione dei nostri problemi. Cerchiamo di essere pazienti, piuttosto che clienti. Insomma – concluse Mario - si potrebbe dire che ciascuno ha il terapeuta che si merita!”.
Si era fatto tardi e Mario tornò a casa. Dorina e Alfonso scambiarono qualche opinione sulla serata: “E’ stato interessante”, disse Alfonso. “Ma anche molto duro”, esclamò Dorina. “Ci ha fatto capire che dobbiamo essere attivi nella ricerca di aiuto”, disse Alfonso. “E anche che possiamo essere in difficoltà ma non senza risorse”, aggiunse Dorina. Chiamarono Giacomo nel solito tentativo di capire dove fosse finito ma quando si accorsero che il cellulare era spento non reagirono con rabbia, come le altre volte. Anzi, andarono a letto abbracciati. “Domani è un altro giorno”, disse Dorina, prima di spegnere la luce.
domenica 30 settembre 2012
Giacomo e il difficile incrocio fra medicina e psicologia (Parte seconda)
La famiglia era
impreparata. Avevano sempre gestito le loro emozioni in modo impulsivo, cioè
sfogandole attraverso l’azione. Eruzioni gassose, bolle che, una volta
scoppiate, consentivano di tornare a un precario equilibrio. “Pensare troppo fa
male”, ripeteva spesso Dorina, la madre di Giacomo. “Pippe mentali”, rincarava
Alfonso, il padre. Così, quando la scuola ipotizzò che il ragazzo avesse dei
problemi psicologici e loro dovettero, controvoglia, affacciarsi sull’incrocio
fra Medicina e Psicologia rimasero paralizzati dallo stupore. A loro, per
essere precisi, non sembrava ancora un incrocio ma piuttosto, come spiegarono
anni dopo ad alcuni conoscenti, un vortice che li aveva scalzati dalla loro
vita ordinaria, forse un po’ banale ma prevedibile, e gettati dentro un baratro
incommensurabile. Nel buco nero una serie di luci fioche illuminavano a stento
un intrico di strade, sentieri e sentierini, simile a un labirinto o alla tela
di un ragno. All’imbocco si potevano scorgere targhe con nomi alcune volte comprensibili,
altre volte astrusi: Dipartimento di Salute Mentale, Istituto di
Neuropsichiatria Infantile, Servizio di Neuropsicologia, Ambulatorio contro le
Dipendenze, Comunità Terapeutica, Sert.
I genitori di Giacomo
erano diplomati ma mai avrebbero pensato di doversi confrontare con una tale
complessità e più il buco li assorbiva più l’esercito di targhe e di
specialisti si moltiplicava. Conobbero omeopati e medici di base, psichiatri e
psicoterapeuti di diverso orientamento, educatori e assistenti sociali,
rubriche televisive e siti di consultazione on line. Furono assaliti da un
nugolo di amici di famiglia pronti a mettere a disposizione le loro esperienze
di vita, sacerdoti volenterosi, insegnanti-improvvisatisi psicologi.
Rifiutarono solo di conoscere i maghi che, attraverso il passaparola,
garantivano guarigioni miracolose: “Siamo ignoranti ma non stupidi”, diceva
Dorina; “Ignoranti ma non creduloni”, rincarava Alfonso. Il fatto è che Giacomo
non voleva saperne di nulla: continuava a far disperare i genitori uscendo di
casa e facendo perdere le sue tracce; saltava la scuola, fumava erba e forse,
le prove non erano determinanti, anche qualche droga pesante; ma, soprattutto,
continuava a rubare in casa nonostante i genitori facessero il possibile per sorvegliare
borse e portafogli, chiudessero a chiave le porte, nascondessero gli oggetti
preziosi. Bastava un attimo di disattenzione e zac! qualcosa spariva. Ogni
tanto il figlio accettava di vedere uno specialista ma durava uno o due
incontri. Poi saltava l’appuntamento successivo, dicendo che non aveva bisogno
di niente, che dovevano dargli un po’ di soldi e lasciarlo in pace, che a
curarsi dovevano essere loro. E bisognava ricominciare. Loro le avevano provate
tutte: con le buone e con le cattive. L’ultima volta che il ragazzo l’aveva
pesantemente apostrofato il padre gli aveva mollato un manrovescio, con l’unico
risultato di far peggiorare la situazione. Giacomo, bestemmiando, l’aveva
spinto con forza contro un armadio, facendogli perdere l’equilibrio e solo il
provvidenziale intervento di Dorina, che si era messa, tra i due, aveva evitato
il peggio.
A cercare aiuto erano
rimasti i genitori ma, più procedevano, più si confondevano. Qualche esperto li
spaventava dicendo che il ragazzo era sull’orlo della malattia mentale e
bisognava correre ai ripari con un cocktail mirato di farmaci, magari messi di
nascosto nella minestra . Chi, al contrario, li rassicurava: quelle di Giacomo
erano solo ragazzate, fisiologiche irruzioni di disordinata vitalità
caratteristiche della sua età: bastava avere pazienza e si sarebbero risolte da
sole. Altri proponevano cambiamenti di scuola, punizioni esemplari o l’invio
del ragazzo in un collegio svizzero dove lo avrebbero rieducato al rispetto
delle regole. Ma l’uso delle sostanze era, secondo altri esperti, la prova
evidente di un necessario e improcrastinabile ricovero in una comunità per
tossicodipendenti. Il medico di famiglia e un cugino neurologo invece,
suggerivano, più prosaicamente, di sottoporre Giacomo ad una TAC, per vedere se
l’incidente in motorino avesse causato danni cerebrali responsabili dei suoi
cambiamenti di carattere.
Alla domanda che,
ansiosamente, rivolgevano a tutti: “Mi dica, dottore, che cosa ha?”, qualche
specialista rispondeva con diagnosi dai nomi difficili, anche solo da
ricordare: “sindrome borderline”, “psicopatia”, “disturbo di personalità”.
Altri, invece, facevano discorsi lunghi e dotti ma sembravano dire, o almeno
così capivano loro: “Il ragazzo ha un pò di questo, un pò di quello e un pò di
quest’altro”. “Pippe mentali” diceva spesso, all’uscita, Alfonso, più
impaziente della moglie. “Male non farà!”, rispondeva Dorina, cui tutto quel
parlare aveva risvegliato qualche antico interesse. Però la situazione era in
stallo, il buio non si rischiarava, anzi, era sempre più pesto e la coppia era
confusa. La categoria degli esperti era quanto mai varia e disomogenea. Vennero
ricevuti da una strizzacervelli e dal suo cane (lei interruppe l’incontro per
dargli da mangiare), da algidi professionisti in camice e sigaro acceso, e una
volta Dorina, che si era presentata sola, perché il marito aveva la febbre,
ricevette le attenzioni di un esperto
che, vedendola molto in ansia, le propose di stendersi sul lettino per farle un
massaggio rigeneratore. Insomma, si sentivano come su una giostra: qualcuno li
faceva pagare profumatamente e nei quindici minuti del colloquio sembrava del
tutto assente e disinteressato; qualcun altro aveva onorari ridotti, oppure
offriva una consulenza gratuita; ci fu pure chi, trasportato dalla sua
eccezionale capacità empatica, si mise a piangere con loro.
Il fatto è che Dorina e
Alfonso, ispirati dal sano desiderio di capire qualcosa della sofferenza del
figlio, avevano sentito inizialmente un paio di specialisti. Ma poi la
diffidenza era cresciuta, probabilmente sostenuta dalle resistenze ad
affrontare veramente i problemi. Così, resistenze e pareri affrettati e
incongrui tra loro avevano creato una sorta di circolo vizioso: più cresceva la
prima, più si moltiplicavano le consultazioni; più queste ultime si rivelavano
inutili, più montava la diffidenza.
Stavano ormai per
desistere e programmare un viaggio a Lourdes (una vicina di casa asseriva che
così aveva risolto i problemi con il figlio) quando venne a trovarli il cugino
Mario, un solido signore di mezza età con la passione per la psicologia, che
aveva assecondato facendo una lunga psicoanalisi personale. “Vedete - spiegò
loro Mario, per nulla sorpreso dalle loro vicissitudini – il vostro problema si
trova in un’area all’incrocio fra la Medicina e la Psicologia, due discipline
che vengono spesso assimilate ma che, in realtà, sono profondamente diverse. La
Medicina parte dai sintomi riferiti soggettivamente dal paziente per procedere
poi con prove ed esami sempre più accurati tesi ad oggettivare via via la
situazione e a fornire una diagnosi eziopatogenetica”. “Ezioche?”, domandò
Alfonso. “Vuol dire che il medico individua e classifica la malattia e
ipotizza, per procedere poi alla cura, le cause che l’hanno determinata. E guai
se non facesse così! La psicologia, invece, si muove in direzione opposta,
cerca di soggettivare sempre di più i sintomi del soggetto sofferente per
capire che cosa c’è dietro. Il vero problema non sono i sintomi riferiti,
pensano gli psicologi, almeno una parte di loro - spiegò Mario, che intanto
sorrideva, pensando, fra sé e sé, che in Italia erano state censite ben 379
scuole di psicoterapia e che molte di loro scimmiottavano la disciplina medica
- ma la sofferenza che li ha determinati. Tacitare i sintomi, seguendo il
legittimo desiderio di chi soffre e di chi gli sta intorno, significa, in
psicologia, privarsi degli indicatori utili a comprendere il disagio del
paziente e a curarlo. I farmaci, oppure l’intervento suggestivo e rassicurante
dello specialista possono anche, lì per lì, farli sparire. Ma i sintomi, prima
o poi, probabilmente si ripresenteranno, magari sotto altra forma e con forza e
intensità maggiore”. Alfonso e Dorina ascoltavano Mario a bocca aperta. “Ma
allora, ecco perché il dottor Rossi ci faceva parlare tanto e il dottor Bianchi
così poco!” esclamò Mario, che finalmente cominciava a capire qualcosa.
“Sì, per lo
psicoterapeuta la sofferenza è sempre legata al contesto affettivo
dell’individuo e quindi alle sue relazioni. Per capirne qualcosa deve esplorare
queste ultime, inclusa la relazione che si viene a creare fra il terapeuta e i
suoi clienti/pazienti - continuò Mario- per lo specialista di formazione
medica, invece, parlare troppo è fonte di disturbo e di confusione. Lo
psicoterapeuta si coinvolge affettivamente e sa che l’atto stesso di entrare in
rapporto modifica quello che viene osservato; il medico, al contrario, si tiene
distante perché, come dice il proverbio ‘il medico pietoso fa la piaga
cancrenosa!’. Per il medico, ma anche per certi “psi” che al medico cercano di
assomigliare, il disturbo è tutto interno all’individuo e il
terapeuta-osservatore non fa che esplorarlo e metterlo allo scoperto”. “Ma
così, curarsi, orientarsi, diventa una vera impresa!” - esclamò Dorina . Mario
annuì, questa volta con un sorriso amaro.
Emilio
Masina
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