martedì 25 settembre 2012

Giacomo e il difficile incrocio tra la medicina e la psicologia (parte prima)



A Giacomo avevano sempre detto che era un bambino speciale: . irrequieto ma curioso, poco disciplinato ma forte nel gioco del pallone, provocatorio ma anche tenero e affettuoso. Quando dormiva con mamma, oppure con papà, perché i genitori si erano separati appena dopo la sua nascita, li abbracciava forte per consolarli di tutti i loro guai. In quei momenti loro lo perdonavano per ciò che aveva combinato durante la giornata e lo vezzeggiavano dicendogli che era sensibile e intuitivo: insomma un ometto. In quarta elementare, per vendicarsi di un brutto voto, aveva preso a calci l’insegnante ma i genitori gli avevano cambiato classe perché lei non lo capiva. In seconda media era stato sospeso perché trovato a tirare gavettoni sui passanti dalle finestre della scuola e anche quella volta era stato trasferito in un istituto meno repressivo. Ma allora perché, ora che aveva sedici anni, Giacomo si sentiva così teso, così poco capito? Perché i genitori avevano cominciato a dare così importanza ai suoi insuccessi scolastici, ai suoi giri in motorino per la città, a quell’incidente che era capitato, certo non per colpa sua, e che lo aveva costretto per due mesi alle stampelle? Non gli avevano fatto aggiustare “il motore” e avevano ridotto la paghetta a percentuali da fame; proprio a lui che veniva da una delle famiglie meno benestanti e abitando in quartiere di ricchi già faceva fatica a tenere i confronti! Anche il rapporto con i suoi amici si stava modificando. Era sempre un capetto, capace di far ridere tutti con le sue gag durante le lezioni. Affrontava i professori senza paura né pudore, come se fossero una mamma o un papà un po’ più seriosi, che di fronte alle interruzioni protestavano ma, sotto sotto, erano contenti che la loro giornata si rivelasse meno noiosa del solito e grati per quell’irruzione di vitalità a buon mercato.  Giacomo sapeva parlare, inventare storie, imitare i politici. Aveva imparato a essere imprevedibile, a fare il contrario di quello che ci si aspettava da lui. “Botta di classe”, diceva. Però la sua corte si andava progressivamente riducendo: le femmine erano sempre meno e per una che si faceva toccare ce n’erano due che gli dicevano di finirla con i giochetti. E anche per il petting, ormai, doveva ricorrere sempre più spesso all’aiuto dell’alcool o dell’erba. Per darsi coraggio, si raccontava, gli raccontava, che non sapeva fare a botte ma si era fatto la fama di uno che per uno sgarro era disposto ad uccidere. Di maschi ne aveva sempre intorno, ma i più sfigati, quelli che, come lui, erano già stati bocciati e ora vivacchiavano nelle scuole private per deficienti danarosi. Quelli che “farò due anni, anzi tre, in uno, e dimostrerò a tutti quello che valgo”. Dopo i diciotto anni, si dicevano, la nostra vita cambierà. Fino ad allora dobbiamo provare tutto, fare esperienza. Si chiamavano fratelli ma Giacomo aveva avuto più di un’occasione per scoprire che non era vero: una volta, ad una festa, era sparito un orologio e uno dei suoi più cari amici aveva accusato lui, che non c’entrava niente. Infame. Il mondo si stava capovolgendo! Giacomo non credeva più a se stesso, non credeva più negli altri. Si sentiva spesso triste, senza una ragione, sentiva un vuoto dentro la testa e immediatamente dopo, o subito prima, un affastellarsi di pensieri che non riusciva a identificare bene. La notte dormiva male e gli faceva paura addormentarsi, perdere il controllo. Cercava di tirare fino a tardi per rimandare il sonno ma quando ormai pensava di avercela fatta a resistere, improvvisamente crollava. Non c’erano sogni ma incubi, indecifrabili come i pensieri della veglia.
Un giorno, girovagando per il quartiere, si trovò di fronte alla sala scommesse. Sulla porta c’era un suo conoscente: “Bella, fraté! Come butta?”. Entrarono insieme e quello cominciò a spiegargli come si puntava: bastava poco e si poteva guadagnare molto. Ma quel fratello lucignolo non lo avvisò che c’era un trucco. I gestori, violando la legge, che vietava il gioco d’azzardo ai minori di diciotto anni, facevano puntare tutti. E, all’inizio, ti facevano vincere. Così tu ti gasavi e insistevi. Poi, alla seconda o alla terza settimana, cominciavi a perdere ma “quelli” erano benevoli e ti facevano credito. Fino a quando il debito accumulato diventava cospicuo e allora cominciavano le richieste di resituzione: prima blande, poi più decise, fino ad arrivare all’allusione che se tu non avessi obbedito ci sarebbero state gravi conseguenze. Dopo due mesi Giacomo raggiunse un debito di duemila euro ma ancora non mollava, anzi, si raccontava di azzeccarle tutte perché ogni tanto, con un aiutino clandestino del gestore, recuperava improvvisamente qualche centone: “Sono magico, telepatico, gli altri mi chiedono consigli su come giocare!” pensava, perché ormai faceva da capocordata ad altri polli entrati dopo di lui. Ma quando il suo conoscente gli spiegò che “quelli” facevano sul serio e che più di un ragazzo ci era andato per le piste perché lo avevano aspettato sotto casa e riempito di botte, cominciò a spaventarsi. Non disse niente ai genitori ma l’argenteria di casa si volatilizzò. Negò, spergiurò che non era stato lui ma i genitori non ci credettero: li aveva colpiti il fatto che Giacomo, il loro figlio adorato, avesse rubato oggetti che avevano un valore economico ma, soprattutto, un grande valore affettivo: le posate ereditate dalla nonna, l’orologio del nonno. Si scatenò un putiferio perché i genitori cominicarono a incolparsi l’un l’altro di aver sbagliato l’educazione del figlio. La situazione peggiorò, fino a quando, in seguito ad una bravata di Giacomo che era salito sull’alto muro di cinta della scuola minacciando di buttarsi giù, il ragazzo e la sua famiglia si trovarono, quasi senza saperlo e senza volerlo, all’ incrocio fra la medicina e la psicologia: un incrocio difficile, dove ogni passo, se non viene pensato con cura, risulta fatale. (Fine prima parte).

Emilio Masina

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