A Giacomo avevano sempre detto che era un bambino
speciale: . irrequieto ma curioso, poco disciplinato ma forte nel gioco del
pallone, provocatorio ma anche tenero e affettuoso. Quando dormiva con mamma,
oppure con papà, perché i genitori si erano separati appena dopo la sua
nascita, li abbracciava forte per consolarli di tutti i loro guai. In quei
momenti loro lo perdonavano per ciò che aveva combinato durante la giornata e
lo vezzeggiavano dicendogli che era sensibile e intuitivo: insomma un ometto. In
quarta elementare, per vendicarsi di un brutto voto, aveva preso a calci
l’insegnante ma i genitori gli avevano cambiato classe perché lei non lo
capiva. In seconda media era stato sospeso perché trovato a tirare gavettoni
sui passanti dalle finestre della scuola e anche quella volta era stato
trasferito in un istituto meno repressivo. Ma allora perché, ora che aveva
sedici anni, Giacomo si sentiva così teso, così poco capito? Perché i genitori
avevano cominciato a dare così importanza ai suoi insuccessi scolastici, ai
suoi giri in motorino per la città, a quell’incidente che era capitato, certo non
per colpa sua, e che lo aveva costretto per due mesi alle stampelle? Non gli avevano
fatto aggiustare “il motore” e avevano ridotto la paghetta a percentuali da
fame; proprio a lui che veniva da una delle famiglie meno benestanti e abitando
in quartiere di ricchi già faceva fatica a tenere i confronti! Anche il
rapporto con i suoi amici si stava modificando. Era sempre un capetto, capace
di far ridere tutti con le sue gag durante le lezioni. Affrontava i professori
senza paura né pudore, come se fossero una mamma o un papà un po’ più seriosi, che
di fronte alle interruzioni protestavano ma, sotto sotto, erano contenti che la
loro giornata si rivelasse meno noiosa del solito e grati per quell’irruzione
di vitalità a buon mercato. Giacomo sapeva
parlare, inventare storie, imitare i politici. Aveva imparato a essere
imprevedibile, a fare il contrario di quello che ci si aspettava da lui. “Botta
di classe”, diceva. Però la sua corte si andava progressivamente riducendo: le
femmine erano sempre meno e per una che si faceva toccare ce n’erano due che
gli dicevano di finirla con i giochetti. E anche per il petting, ormai, doveva
ricorrere sempre più spesso all’aiuto dell’alcool o dell’erba. Per darsi
coraggio, si raccontava, gli raccontava, che non sapeva fare a botte ma si era
fatto la fama di uno che per uno sgarro era disposto ad uccidere. Di maschi ne
aveva sempre intorno, ma i più sfigati, quelli che, come lui, erano già stati
bocciati e ora vivacchiavano nelle scuole private per deficienti danarosi.
Quelli che “farò due anni, anzi tre, in uno, e dimostrerò a tutti quello che
valgo”. Dopo i diciotto anni, si dicevano, la nostra vita cambierà. Fino ad
allora dobbiamo provare tutto, fare esperienza. Si chiamavano fratelli ma Giacomo
aveva avuto più di un’occasione per scoprire che non era vero: una volta, ad
una festa, era sparito un orologio e uno dei suoi più cari amici aveva accusato
lui, che non c’entrava niente. Infame. Il mondo si stava capovolgendo! Giacomo
non credeva più a se stesso, non credeva più negli altri. Si sentiva spesso
triste, senza una ragione, sentiva un vuoto dentro la testa e immediatamente
dopo, o subito prima, un affastellarsi di pensieri che non riusciva a
identificare bene. La notte dormiva male e gli faceva paura addormentarsi,
perdere il controllo. Cercava di tirare fino a tardi per rimandare il sonno ma
quando ormai pensava di avercela fatta a resistere, improvvisamente crollava.
Non c’erano sogni ma incubi, indecifrabili come i pensieri della veglia.
Un giorno, girovagando per il quartiere, si trovò di
fronte alla sala scommesse. Sulla porta c’era un suo conoscente: “Bella, fraté!
Come butta?”. Entrarono insieme e quello cominciò a spiegargli come si puntava:
bastava poco e si poteva guadagnare molto. Ma quel fratello lucignolo non lo
avvisò che c’era un trucco. I gestori, violando la legge, che vietava il gioco
d’azzardo ai minori di diciotto anni, facevano puntare tutti. E, all’inizio, ti
facevano vincere. Così tu ti gasavi e insistevi. Poi, alla seconda o alla terza
settimana, cominciavi a perdere ma “quelli” erano benevoli e ti facevano
credito. Fino a quando il debito accumulato diventava cospicuo e allora
cominciavano le richieste di resituzione: prima blande, poi più decise, fino ad
arrivare all’allusione che se tu non avessi obbedito ci sarebbero state gravi
conseguenze. Dopo due mesi Giacomo raggiunse un debito di duemila euro ma
ancora non mollava, anzi, si raccontava di azzeccarle tutte perché ogni tanto,
con un aiutino clandestino del gestore, recuperava improvvisamente qualche
centone: “Sono magico, telepatico, gli altri mi chiedono consigli su come
giocare!” pensava, perché ormai faceva da capocordata ad altri polli entrati
dopo di lui. Ma quando il suo conoscente gli spiegò che “quelli” facevano sul
serio e che più di un ragazzo ci era andato per le piste perché lo avevano
aspettato sotto casa e riempito di botte, cominciò a spaventarsi. Non disse
niente ai genitori ma l’argenteria di casa si volatilizzò. Negò, spergiurò che
non era stato lui ma i genitori non ci credettero: li aveva colpiti il fatto
che Giacomo, il loro figlio adorato, avesse rubato oggetti che avevano un
valore economico ma, soprattutto, un grande valore affettivo: le posate
ereditate dalla nonna, l’orologio del nonno. Si scatenò un putiferio perché i
genitori cominicarono a incolparsi l’un l’altro di aver sbagliato l’educazione
del figlio. La situazione peggiorò, fino a quando, in seguito ad una bravata di
Giacomo che era salito sull’alto muro di cinta della scuola minacciando di
buttarsi giù, il ragazzo e la sua famiglia si trovarono, quasi senza saperlo e
senza volerlo, all’ incrocio fra la medicina e la psicologia: un incrocio
difficile, dove ogni passo, se non viene pensato con cura, risulta fatale. (Fine
prima parte).
Emilio Masina
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