mercoledì 25 luglio 2012

Terremoti

Stamattina le strade erano vuote perché la gente ha preso per vera la previsione del terremoto fatta anni fa dallo scienziato-stregone.

I miei pazienti adolescenti, invece, sono arrivati eccitati: il ragazzo quindicenne è arrabbiato perché aveva chiesto di rimanere a casa a dormire ma i genitori non hanno capitolato; la sedicenne, in difficoltà con la scuola, ha confessato che lei e i suoi compagni speravano che il terremoto danneggiasse gravemente l’edificio, in modo da avere la promozione assicurata. Il giovane adulto ventunenne, suicida potenziale,  impegnato in un faticoso percorso di separazione dai genitori e individuazione di una strada personale, ha fantasticato di rimanere sepolto insieme a tutti gli altri: “Meglio sepolti insieme, che sentirmi isolato, incapace di lasciare un segno nel mondo!”.


Per gli adolescenti i rivolgimenti della terra sono meno importanti di quelli del loro mondo interiore. Dovendo scegliere, preferiscono i primi. Pare loro di riuscire ad addomesticarli e usarli a proprio vantaggio. I terremoti interni no. Quelli, mettono veramente paura.
Emilio Masina

lunedì 21 maggio 2012

La depressione degli adolescenti 
Emilio Masina

E’ stata definita “malattia del secolo” e anche “ malattia della modernità” perché oggi è la prima causa di disfunzionalità nei soggetti tra i 14 e i 44 anni di età, precedendo patologie quali le malattie cardiovascolari e le neoplasie. L’OMS calcola che in Italia soffrano di depressione circa sei milioni di persone; altre statistiche parlano addirittura del venti per cento della popolazione. Negli Stati Uniti ogni anno si spendono dieci milioni di dollari in antidepressivi. Secondo ricerche epidemiologiche recenti la probabilità di avere un episodio depressivo maggiore entro i settanta anni è del 27% negli uomini e del 45% nelle donne.
Nei paesi industrializzati, a partire dal 1940, aumenta l’incidenza di tale disturbo e si abbassa l'età media d'insorgenza; ed è da notare che un disturbo depressivo precoce rappresenta un fattore di rischio per la comparsa di patologie come il disturbo bipolare o l'abuso di sostanze. Insomma, la depressione, dovuta all’azione combinata di una disregolazione neuromolecolare, in parte genetica, e di fattori psicologici e ambientali, che può compromettere il funzionamento di una persona, nonché le sue abilità ad adattarsi alla vita sociale, è sempre più considerata come una vera e propria pandemia, tanto che anche nel nostro Paese si diffondono tentativi di diagnosticarla sempre più precocemente, persino nei bambini delle scuole elementari. Tuttavia, ci si può chiedere: la depressione è davvero l’epidemia di un male o è la fortuna di un termine immaginifico? Non si rischia di abusare di questa diagnosi mescolando fra loro in un unico calderone tante forme diverse di disagio? Come spiega il giornalista Ethan Watters nel bel libro “Pazzi come noi. Depressione, anoressia, stress: malattie occidentali da esportazione”, il modo in cui una cultura pensa alle malattie mentali – le categorie e le priorità con cui analizza i sintomi, tenta di curarli e definisce le aspettative sul decorso e l’esito di queste malattie – influenza le malattie stesse. A proposito della depressione l’autore analizza il caso del Giappone, in cui la depressione, nel passato estremamente rara, è diventata diffusissima. Ciò è avvenuto grazie agli sforzi (e agli ingenti investimenti) delle multinazionali farmaceutiche americane di ridefinire come depressione, cioè come malattia da curare, gli stati d’animo melanconici che la cultura giapponese non solo non stigmatizzava ma addirittura considerava l’indicatore di una condizione illuminata. Nel nostro Paese e più un generale nel mondo occidentale vengono spesso infilati all’interno della categoria “depressione” i normali problemi della vita. Infatti, i sintomi di questa psicopatologia (affaticabilità o mancanza di energia, abbassamento del tono dell’umore, sentimenti di autosvalutazione, eccessivi o inappropriati sensi di colpa, insonnia o ipersonnia, diminuzione della capacità di pensare o di concentrarsi, difficoltà di prendere decisioni, ecc.), sono molto simili a quelli riscontrabili in persone che si trovano ad affrontare la morte di un coniuge o di un amico, la fine di un matrimonio, un fallimento o un cambiamento rilevante sul lavoro, oppure una malattia cronica e invalidante; e si differenziano da questi ultimi prevalentemente per l’intensità e l’insolita durata. Questa confusione non giova: infatti, nel caso dei sintomi scatenati da eventi particolarmente stressanti le cure farmacologiche e psicoterapiche possono essere inappropriate, o addirittura controproducenti, perché possono ostacolare una fisiologica elaborazione del lutto. Le cure, cioè, diventano una sorta di protesi o di surrogato della vita e possono contribuire alla passivizzazione della persona che soffre piuttosto che a una sua ripresa. Ma le complicazioni non finiscono qui. Come spiega la psicoanalista Simona Argentieri nel bell’articolo “La lacrima di Narciso” , quando si incontra una persona “depressa” bisogna anche distinguere fra le difese dalla depressione, spesso altrettanto invalidanti della depressione stessa (scissione, proiezione, diniego, fuga nella maniacalità o nello stordimento attraverso l’abuso di sostanze o il gioco d’azzardo, ecc.) e la depressione come difesa. Uno stato di grande passività e/o di inibizione, un senso di noia e apatia o, addirittura, un rallentamento psicosomatico, possono servire a tenere a bada un eccesso di pulsioni temute perché molto intense e confuse. La depressione, in questo secondo caso, opera come una difesa dal contatto mentale con nodi irrisolti della sessualità infantile (un misto di componenti sessuali e aggressive) e con un oggetto interno intricato e confuso tra sé e non sé. Un oggetto che si è incistato in una struttura mentale altrimenti funzionante e che è difficile da analizzare ed elaborare. Anche quando si incontrano gli adolescenti è bene tenere a mente questo intrico complesso di elementi. L’adolescenza comporta di per sé una serie complessa di cambiamenti intrapsichici e relazionali, inaugurati dalle trasformazioni corporee legate alla pubertà, Il cambiamento psichico, quale che sia il momento della vita in cui si verifica, confronta con rinunce e perdite e si accompagna ad una varietà di affetti intrecciati, anche contraddittori (angoscia, senso di vuoto, nostalgia, impotenza, accanto ad un senso di liberazione e di conquista) ed esige un lavoro elaborativo, non esente da interruzioni, sospensioni, ritorni all’indietro. In adolescenza, in particolare, tale lavoro prevede il disinvestimento dei vecchi oggetti e l’ investimento dei nuovi e comporta quote di sofferenza “depressiva”. Secondo il grande psicoanalista inglese Winnicott è fisiologico che l’adolescente attraversi una qualche forma di crisi depressiva perché deve separarsi dalle figure genitoriali e tollerare di non sentirsi pienamente reale e compiuto. Per Winnicott, infatti, l’adolescenza è una fase di transizione in cui si oscilla fra la capacità di reggere la depressione dovuta al sentimento di non sentirsi ancora reali e compiuti e l’uso dell’aggressività e degli acting out, anche violenti, che hanno una funzione apparentemente e temporaneamente integrativa e auto affermativa. Per Pietropolli Charmet la forma oggi più diffusa di depressione adolescenziale riguarda un ragazzo fragile “che non riesce a studiare e amare, si fa volere bene ma si annoia, non gli interessa nulla che non lo riguardi da vicino e dal di dentro. Un adolescente fragile più nei confronti di ciò che non succede, che di ciò che succede”. Un adolescente che ha bisogno di successo, visibilità, ascolto, relazione e se non riesce a ottenere nulla di tutto ciò rischia di ritirarsi al suo interno (e spesso, aggiungo io, all’interno della propria stanza, come gli hikikomori giapponesi) perdendo qualsiasi motivazione ad affrontare la vita e l’amore sull’onda del disprezzo, della noia, della più infondata supponenza. E’ un adolescente, scrive Charmet, introverso e narciso che è stato spesso coccolato da genitori bisognosi del suo sostegno e incapaci di reggere un conflitto, con il dolore mentale che esso arreca. Un adolescente che, incapace di soddisfare le esagerate aspettative dei genitori, sostituisce la vita reale con quella virtuale. Un adolescente che non conosce il tormento della colpa, né il dubbio, né il peccato, né la paura della condanna del castigo ma solo la paura di perdere la bellezza e la faccia, di essere svergognato e deriso per la propria inadeguatezza. L’esperienza che facciamo degli adolescenti sia in cooperativa che nei nostri studi ci ha consentito di capire che per loro tenere bassa la pressione vitale, sospendere gli studi e il contatto con i coetanei, rifiutare la sessualità, usare la famiglia di origine come un bozzolo in cui rifugiarsi, significa cercare di abolire la realtà, con le sue scomode e dolorose verifiche, costruendosi una sorta di realtà personalizzata. Una realtà che consente di ridurre al minimo gli stimoli indesiderati e quindi i movimenti aggressivi che rischiano di turbare la loro mente facendoli sentire dei mostri, diversi dagli angeli che pensavano di essere. Una realtà in cui l’ingrediente centrale è il computer, che sostiene la pretesa dei giovani di possedere una super mente, capace di espandersi a piacimento e di controllare il mondo. Questi disturbi depressivi o blocchi di sviluppo degli adolescenti quasi mai richiedono farmaci ma piuttosto di un ascolto attento e sensibile, di una relazione profonda in cui lo psicoterapeuta possa inizialmente sostenere e aiutare a fronteggiare le paure e i sentimenti di vergogna ma riesca poi anche a diventare, coraggiosamente, portavoce delle esigenze della realtà, invitando l’adolescente a uscire sempre più allo scoperto con i propri modi di sentire e di pensare e a riconnettersi con la vita.

sabato 10 marzo 2012

NO TAV

Vedere in televisione il giovane adulto che in Val di Susa chiama il carabiniere pecorella e gli chiede se bacia la ragazza con la maschera antigas per evitare malattie non è stato un bello spettacolo. Ma ci ha consentito di capire che quello del ragazzo è stato un atto provocatorio, un pò bullo ma non delinquenziale, così come è stato invece presentato dai mass media. Quanti di noi sono stati apostrofati ben più duramente dai propri figli adolescenti e piuttosto che reagire emotivamente all’offesa, magari con una punizione che avrebbe innescato una spirale di reazioni e controreazioni, hanno cercato di capire cosa c’era dietro quelle esplosioni, quelle scorciatoie semantiche, del resto così praticate anche dagli adulti?
Al silenzio positivo del carabiniere, anche perché la sproporzione delle forze fra lui e il suo plotone armato fino ai denti e il giovane armato solo della sua strafottenza era evidente, si è sovrapposto il rumore assordante di quanti vorrebbero un mondo senza conflitti dove nessuno interroga e disturba chi ha le leve del potere. Un mondo che è nascostamente violento, basta vedere i giochi della finanza che impoveriscono interi Paesi, ma che non tollera alcuna rappresentazione esplicita di aggressività. Una soap opera infinita dove l’unica rabbia consentita è quella sul campo e sugli spalti del calcio.
Eppure senza conflitto non si costruisce una democrazia ma nemmeno la personalità di un figlio. Senza conflitto non vi è crescita ma arresto evolutivo o, peggio, ritiro dalle relazioni e chiusura in se stessi. Il nostro lavoro di psicoterapeuti consiste spesso nel rianimare persone che hanno a lungo e con la complicità di compiacenti interlocutori eluso i propri problemi: rimuovendoli massicciamente, stordendo e depistando la propria mente in tanti modi diversi. Altre volte ci occupiamo di contenere la violenza, di orientare e alfabetizzare emozioni che sembrano eruttare da un vulcano come lava incandescente. In un caso e nell’altro aiutiamo i nostri pazienti a costruire conflitti fra diverse istanze di sé: conflitti intelligenti, sensati, che aiutano a dialettizzare e quindi a capire meglio le situazioni interne e quelle esterne, a mettere in relazione modi di essere e di fare distanti ed estranei gli uni agli altri. Ci arriviamo per gradi, con un lavoro lungo e paziente, parlando poco e ascoltando molto, tollerando le provocazioni e le offese, le sfide alla nostra intelligenza e competenza. Accettiamo la crisi perché, anche se è dolorosa e mai scontatamente a lieto fine, propone una discontinuità, rompe gli schemi e promuove nuovi modi di pensare. Lo scontro della Val di Susa apre la strada ad alcuni pericoli ma rappresenta anche una grande occasione per capire perché migliaia di persone chiedono ascolto, anche se a volte in modo scorretto e riprovevole; chiedono di rompere lo schema del “partito preso”, del “non disturbate il manovratore”, così vicino a quell’altro, che ancora ci risuona negli orecchi: “Ghe pensi mi!”.
Emilio Masina

lunedì 27 febbraio 2012

Appello per l'Istituto di Neuroposichiatria Infantile Università di Roma

Nel 2011 muore Giovanni Bollea, il padre della Neuropsichiatria Infantile. A poca distanza da questo evento luttuoso anche la disciplina da lui voluta e fatta crescere in tutta Italia sta correndo il rischio di morire dal punto di vista accademico ma, ancor prima, assistenziale a causa della persistente carenza di organico che rende difficile il mantenimento dei livelli elementari di assistenza (ricoveri ordinari e diurni, copertura dei turni di presenza pomeridiana e notturna, ricoveri d’urgenza e consulenze al DEA Centrale e Pediatrico).
L’appello è lanciato dai medici e dagli infermieri dell’Istituto di via dei Sabelli del Policlinico Umberto I che il 27 febbraio prossimo, alle ore 19:00, celebreranno provocatoriamente il funerale della Neuropsichiatria Infantile presso l’Aula magna del medesimo istituto che l’ha vista nascere e crescere.
Più di 6000 sono le visite ambulatoriali annuali e le presenze nei Servizi diurni dell’Istituto (patologie neurologiche, psichiatriche, disabilità dello sviluppo), più di 700 i ricoveri nei Reparti. Eppure questa realtà così ricca di esperienza e di competenze viene ignorata dall’Amministrazione. Come operatori della cooperativa siamo solidali con l’iniziativa dei nostri colleghi con cui abbiamo tante volte collaborato nella cura di giovani che vivono un grave disagio psicologico. Il loro lavoro con gli adolescenti, incardinato intorno ad un Servizio di psicoterapia, un Centro diurno e un Reparto per i ricoveri, è tanto più prezioso perché si colloca in quella che possiamo definire un’area intermedia, uno spazio di frontiera, quasi del tutto assente sul nostro territorio.
Mancano in Italia spazi destinati alla cura degli adolescenti!
Nell’organizzazione del nostro Servizio sanitario nazionale (ASL) la presa in carico degli adolescenti è ancora suddivisa fra il Dipartimento Materno Infantile (che segue i ragazzi fino a 18 anni di età e il Dipartimento di Salute Mentale (che li segue dai 18 anni in poi). Nonostante l’impegno profuso da tanti colleghi, la filosofia che sembra ispirare questa organizzazione è che l’adolescenza come fase specifica non esiste e, quindi, non è necessario istituire Servizi idonei a rispondere al bisogno. Forse appoggiandosi al criterio cronologico – i diciotto anni di età – che sancisce, convenzionalmente, la maturità necessaria ad acquisire alcune competenze (guidare, votare, ecc.) questa organizzazione rappresenta simbolicamente un brusco passaggio dalla condizione di bambino a quella di adulto. L’adolescenza ignorata viene così artificialmente "spezzata" in due parti: la prima, simbolicamente legata al "regno" del materno e dell’infantile – e sappiamo bene quanto gli adolescenti abbiano paura di essere considerati ancora bambini e di regredire ad uno stato di grande dipendenza dai genitori; la seconda, al "regno" della salute (patologia) mentale – che evoca negli adolescenti la paura di essere e di essere diagnosticati malati. Insomma ci si muove entro un quadro normativo rigido, fortemente orientante la domanda e l’azione dell’utenza. Mancano, insomma, strutture intermedie, come il Centro diurno di Neuropsichiatria Infantile, che si collochino fra l’intervento di consulenza o di psicoterapia e il ricovero psichiatrico. E mancano Reparti che, in continuità con il lavoro del centro diurno e del servizio di psicoterapia possano ricoverare e poi seguire nella dimissione adolescenti bisognosi di un forte contenimento psicologico. Per queste ragioni ci uniamo alla mobilitazione degli operatori dell’Istituto augurandoci che le autorità sanitarie e amministrative siano in grado di cogliere il valore di questa realtà e di fornirle i mezzi per vivere.
Il Presidente e i Soci di Rifornimento in volo

mercoledì 1 febbraio 2012

Giovani sfigati?

Emilio Masina

Prima i giovani italiani sono stati definiti “bamboccioni”, poi “la parte peggiore dell’Italia” e ora sono chiamati “sfigati”. Perché ministri e viceministri di diversi governi italiani si accaniscono ad irridere i giovani adulti che non riescono in tempi rapidi a laurearsi e a trovare una casa e un lavoro stabile? Colpisce l’insistenza di quanti, installati in un ruolo di potere, irridono gli svantaggiati. Ma, ancora di più che, in un mondo complesso come il nostro, le categorie usate siano ancora prettamente individualistiche: è il soggetto l’artefice del suo insuccesso e nulla conta il contesto in cui è inserito. Eppure questi signori provengono da famiglie e ambienti privilegiati che li hanno proiettati in carriere velocissime, quasi fulminee (il viceministro Martone era ordinario a 29 anni quando in Italia un comune mortale diventa ordinario, se lo diventa, dovendo affrontare la schiera di agguerriti raccomandati, non prima dei cinquanta-sessanta); oppure si sono appoggiati a partiti e gruppi di potere, difendendo anche gli indifendibili pur di lucrare una posizione di vantaggio.
Il sistema capitalistico ha bisogno di illudere la gente che si va avanti solo con il merito e non con le opportunità: ad esempio, l’accessibilità a decorose condizioni di vita e, soprattutto, ad una buona istruzione. Così l’ascensore sociale, che dovrebbe consentire ai figli dei poveri di migliorare le proprie condizioni di partenza, è fermo, mentre le diseguaglianze sono sempre più in aumento.
Anche gli adolescenti e i giovani adulti disagiati che seguiamo in cooperativa e nei nostri studi usano a volte le stesse categorie individualistiche, anche se si trovano dall’altra parte della piramide: la parte di chi non riesce a farcela. Hanno famiglie problematiche ma premurose, insegnanti capaci e psicologi preparati. Eppure sembrano ignorare quello che l’ambiente offre loro. Dicono che è inutile sforzarsi, che sono nati sfigati. Si rifiutano di fare fatica. Per non deludersi, rifiutano qualsiasi speranza.
Dal vertice e dalla base della piramide adulti che sembrano onnipotenti e giovani che si dicono impotenti invece che assumersi la loro quota di responsabilità per cambiare il mondo colludono nell’avallare una società falsa e ipocrita, dove solo il denaro e l’asservimento ad un “santo in paradiso”, tracciano la rotta da seguire.
Voi cosa ne pensate?

venerdì 7 ottobre 2011

Il ritiro dalla scuola

Caro professor Masina, che si fa quando il proprio figlio di sedici anni, già bocciato una volta, non vuole più andare a scuola e passa il proprio tempo fra il letto, la televisione e il muretto con gli amici? Io le ho provate tutte: ho cercato di parlare con lui e di comprendere i motivi del suo rifiuto ma non sono approdata a niente. Anzi, ho ottenuto il risultato di farlo chiudere ancora di più in se stesso. Sono andata a parlare con gli insegnanti che si sono sfogati con me, confessando il loro disagio di lavorare in una classe molto numerosa e la difficoltà di offrire al mio ragazzo l’attenzione che sarebbe necessaria. L’anno scorso lo hanno promosso, nonostante il suo rendimento lasciasse molto a desiderare, per dargli un segnale di incoraggiamento, che però non è servito. Mio marito non mi aiuta, anzi! Si disinteressa dello studio del figlio, dichiarando che se non vuole andare a scuola lo manderà a lavorare, come se questa fosse una soluzione! Oppure interviene con durezza, tanto che più di una volta lui e mio figlio sono venuti alle mani, costringendomi a separarli. Forse potrei ritirarlo dalla scuola e proporgli di studiare da privatista, individuando professori competenti e più capaci di entrare in rapporto con lui. Lei che ne pensa? Grazie.
Lettera firmata



RISPOSTA

Gentile signora, mi pare che il ritiro dalla scuola non serva a risolvere il problema che lei illustra. Anzi, mi pare che rischi di essere un movimento collusivo con la decisione del ragazzo di semplificare la propria vita rinunciando a trattare la relazione con la scuola nelle sue molteplici sfaccettature (rapporto con i professori, con i compagni e con l’oggetto culturale, cioè i contenuti che vengono proposti per lo studio). Quando lavoriamo con adolescenti e giovani adulti gravemente disturbati ci accorgiamo spesso che vi è stata da parte della famiglia una lunga sottovalutazione dei loro problemi e che il momento in cui i ragazzi hanno cominciato a manifestare i loro problemi molte volte coincide proprio con il disinvestimento dello studio e delle relazioni con i compagni e con il ritiro dalla scuola. Il ritiro, cioè, ha rappresentato il tentativo di tacitare i problemi del figlio attraverso un evitamento e un ridimensionamento degli stessi, attribuendo al contesto scolastico tutta la responsabilità di quanto va accadendo. Non solo, dunque, si rinuncia ad usare la scuola come strumento potenziale di crescita, confronto e socializzazione. Ma anche individuando la famiglia come unico spazio in cui il ragazzo può vivere una vita serena la si carica di una responsabilità e di un carico enorme. Se in un primo momento pensare alla scuola come capro espiatorio può alleviare le tensioni interne al nucleo familiare, in un secondo momento proprio l’intimità coatta e l’impossibilità del ragazzo di usare interlocutori diversi dai propri familiari per rappresentare e cercare di trattare la propria sofferenza può portare, come lei sta già in qualche modo segnalando, ad un peggioramento della situazione.
Che fare, dunque? Io penso che la strada che lei ha già cercato di intraprendere, cioè quella del dialogo con il ragazzo, gli insegnanti e il marito sia quella giusta e non vada abbandonata di fronte alle prime difficoltà. E’ evidente che lo scoraggiamento (depressione?) del suo ragazzo viene alimentato dal senso di impotenza dei suoi insegnanti e dalla difficoltà che lei e suo marito fate per individuare una linea comune. Dobbiamo chiederci, però, se lo spazio comunicativo che lei ha aperto non rischia di diventare più uno spazio di lamento e di evacuazione delle proprie emozioni (lei si sfoga con le insegnanti e loro con lei, voi genitori vi sfogate con il figlio, suo marito con lei e così via). Se fosse così cercare di comunicare piuttosto che essere utile porterebbe rapidamente ad un sentimento di impotenza e alla messa in scacco di tutte le energie positive. Mi pare, cioè, che sia necessario che lei possa riflettere su cosa lei e i suoi interlocutori vi andate dicendo, in quali momenti, con quali modalità, in modo da rintracciare le emozioni e i significati sottesi alle parole che vengono scambiate. So che quello che le sto proponendo di fare è difficile ma solo imparando a non confondere l’intervento educativo con l’aggressione, la richiesta di aiuto con la pretesa, il sostegno con il controllo, cioè a riflettere costantemente sul senso delle relazioni che andiamo intrecciando con gli altri possiamo pensare di costruire legami affidabili piuttosto che essere in balia di una, magari involontaria, distruttività. In questo lavoro di decodifica e di alfabetizzazione emozionale forse uno psicologo potrebbe esserle utile.
Cari saluti e auguri, Emilio Masina

martedì 9 agosto 2011

Paura della diagnosi

“Io ho paura della ‘diagnosi’!”

Gentile professor Masina, ho un figlio di sedici anni che da circa un anno crea problemi sia a casa che a scuola: è ribelle, indisciplinato, depresso oppure troppo9 su di giri. Di recente l’ho portato per una consultazione presso un Consultorio per adolescenti. Dopo averlo visto, due volte! gli specialisti hanno voluto incontrare me e mio marito. Speravo di avere delle spiegazioni sulla sofferenza di mio figlio e sui motivi che l’avevano prodotta. Nulla di tutto questo! L’unica cosa che siamo riusciti a capire, in mezzo a molti discorsi fumosi, è stata la diagnosi (“disturbo di personalità”) e la terapia prevista: colloqui psicologici più farmaci. Ora ci troviamo nella spiacevole situazione di dover collaborare a un progetto che non abbiamo capito a cosa debba servire. Perché i medici sono così sbrigativi? Perché usano etichette che a noi, persone comuni, non dicono niente e anzi, mettono paura? Scusi lo sfogo, Anna P,. Roma.

Risposta

Cara signora, lei tocca un argomento molto delicato e dibattuto tra noi “addetti ai lavori”. A due diversi livelli. Il primo riguarda il modo di comunicare con il paziente e/o i suoi genitori quello che abbiamo capito di lui, per motivarlo a seguire la terapia necessaria. Comunicare diagnosi (con relativa terminologia specialistica) non aiuta la comprensione da parte del/dei paziente/i ma può anzi, come nel vostro caso, fargli percepire un’eccessiva distanza dallo specialista, confonderlo/i o, addirittura, spaventarlo/i. Anche se, per onestà, bisogna dire che spesso sono proprio i pazienti a chiedere la diagnosi, nell’illusione che conoscere il nome di un problema sia conoscere il problema stesso, come scriveva lo psicoanalista Balint già cinquant’anni fa. E’ più grave quando la “scorciatoia comunicativa” della diagnosi viene applicata in campo psicologico. Infatti, mentre in medicina si parte dal sintomo riferito dal paziente per poi oggettivarlo sempre di più ricorrendo a visite, prove ed esami di laboratorio, nel nostro campo si fa esattamente il contrario: i sintomi, riferiti dal paziente e/o dai suoi familiari, devono essere sempre più soggettivati attraverso discorsi, fantasie, sogni, lapsus e qualunque altra manifestazione idonea a cogliere il mondo interiore del soggetto. Se si vuole capire qualcosa della sofferenza di quel determinato individuo, in altre parole, si deve passare dai “fatti” ai “vissuti”. Ne consegue che gli incontri “esplorativi” con il paziente - quelli, cioè, in cui lo psicoterapeuta interroga i vissuti di chi soffre anche attraverso l’ascolto attento dei propri - incluso l’incontro di “restituzione”, in cui lo specialista spiega al paziente quello che ha capito - sono delicati e importantissimi. Non si tratta solo di comunicare qualcosa e poi “chi si è visto si è visto”. Ma di cominciare a costruire con l’altro quella relazione d’aiuto che, se viene ritenuta valida e percorribile dal paziente, lo porterà ad intraprendere la terapia e a portarla avanti con spirito di collaborazione.
Il secondo livello che la sua lettera mi offre il pretesto di trattare riguarda l’eccessiva fiducia nella diagnosi da parte degli stessi psicoterapeuti. La diagnosi, infatti, descrive un problema, serve agli specialisti per presumere di parlare della stessa cosa, differenziandola dalle altre, ma, in realtà, descrive sintomi che sottendono un’infinita varietà di situazioni cliniche e vissuti individuali. Situazioni e vissuti che, per così dire, scaturiscono non dalla mente di un individuo isolato ma dalle relazioni che quest’ultimo ha stabilito e continua ad intrattenere con gli altri nel suo contesto di vita. Purtroppo, non di rado, gli psicoterapeuti piuttosto che raccogliere pazientemente nella relazione che si va costruendo con il paziente gli indicatori che consentono di “guardare attraverso” (è questo il significato del termine diagnosi, che deriva dal greco) il suo personale disagio in relazione al suo specifico contesto di vita pretendono di inserirlo in una categoria standard, cioè lo trattano come qualcosa di invariante, uguale per tutti. In questo caso la diagnosi è intesa ed usata nella sua accezione psichiatrica, volta a definire il disturbo mentale di cui è portatore il paziente ed esprime una visione individualistica dell’individuo. Lo psicoterapeuta, in altre parole, restringe il suo interesse all’individuo e al deficit (la psicopatologia) che lo contraddistingue, considerato come deviazione dai parametri che socialmente (culturalmente) definiscono la “normalità”. Lo psicoterapeuta siffatto sembra credere ad una drastica differenza fra normalità e patologia, ciò che già Freud più di cento anni fa, metteva in discussione. L’intento diagnostico, così concepito, non solo può prevalere sulla necessità di capire le relazioni fra il paziente e il suo contesto (genitori e fratelli, scuola, compagni e insegnanti, partner ecc.) ma rischia anche di impedire la comprensione della relazione del paziente con lo psicoterapeuta, che è una vera e propria cartina tornasole delle altre relazioni sopra elencate. Infatti, quando si fa diagnosi per identificare psicopatologie e misurare personalità si pensa che sia possibile conoscere il paziente (l’oggetto della conoscenza) attraverso categorie standard che sono, per così dire, indipendenti dalla relazione che si instaura fra lui e il soggetto che lo vuole conoscere (lo psicoterapeuta). Ma l’atto stesso di conoscere (le modalità usate, i presupposti, le stesse credenze del ricercatore) come tutti sanno, influenzano ciò che si vuole conoscere. Insomma, in psicologia clinica lo specialista non può conoscere alcunché se non passa attraverso la sperimentazione (e l’analisi) della relazione emozionata fra se stesso e la persona che è oggetto dell’ indagine.
Alcuni colleghi giustificano la diagnosi affermando che in questo modo si possono raccogliere dati quantitativi e utili per la ricerca, dati “scientifici” da spendere nei convegni ma a me questa pare un’idealizzazione della misurazione, che, come segnalavo, presenta molti inconvenienti, e una svalutazione di altre forme di conoscenza scientifica, ad esempio quella del resoconto che, dai tempi di Freud, gli psicoanalisti usano per discutere e sistematizzare le informazioni che vanno raccogliendo. Penso, piuttosto, che la “scorciatoia della diagnosi” continui a essere applicata perché permette sia allo specialista sia al paziente di non implicarsi profondamente nella relazione con se stessi e con l’altro. Il paziente delega i suoi problemi allo psicoterapeuta supposto sapere, lo psicoterapeuta accoglie la delega e si propone proprio come colui che sa a priori, senza bisogno di esplorare il campo della relazione.
Un’ultima considerazione: promuovere sviluppo piuttosto che correggere deficit, conoscere il modo di stare in relazione dell’individuo piuttosto che diagnosticare psicopatologie, è importante soprattutto nel caso degli adolescenti che attraversano fisiologicamente un momento di grande cambiamento. Un cambiamento che ha bisogno di essere capito “al volo”, accompagnato e sostenuto, piuttosto che fissato in rigide categorie di personalità. Purtroppo è proprio questo che talvolta passa il mercato della psicoterapia.
Cari saluti e auguri, Emilio Masina