Vedere in televisione il giovane adulto che in Val di Susa chiama il carabiniere pecorella e gli chiede se bacia la ragazza con la maschera antigas per evitare malattie non è stato un bello spettacolo. Ma ci ha consentito di capire che quello del ragazzo è stato un atto provocatorio, un pò bullo ma non delinquenziale, così come è stato invece presentato dai mass media. Quanti di noi sono stati apostrofati ben più duramente dai propri figli adolescenti e piuttosto che reagire emotivamente all’offesa, magari con una punizione che avrebbe innescato una spirale di reazioni e controreazioni, hanno cercato di capire cosa c’era dietro quelle esplosioni, quelle scorciatoie semantiche, del resto così praticate anche dagli adulti?
Al silenzio positivo del carabiniere, anche perché la sproporzione delle forze fra lui e il suo plotone armato fino ai denti e il giovane armato solo della sua strafottenza era evidente, si è sovrapposto il rumore assordante di quanti vorrebbero un mondo senza conflitti dove nessuno interroga e disturba chi ha le leve del potere. Un mondo che è nascostamente violento, basta vedere i giochi della finanza che impoveriscono interi Paesi, ma che non tollera alcuna rappresentazione esplicita di aggressività. Una soap opera infinita dove l’unica rabbia consentita è quella sul campo e sugli spalti del calcio.
Eppure senza conflitto non si costruisce una democrazia ma nemmeno la personalità di un figlio. Senza conflitto non vi è crescita ma arresto evolutivo o, peggio, ritiro dalle relazioni e chiusura in se stessi. Il nostro lavoro di psicoterapeuti consiste spesso nel rianimare persone che hanno a lungo e con la complicità di compiacenti interlocutori eluso i propri problemi: rimuovendoli massicciamente, stordendo e depistando la propria mente in tanti modi diversi. Altre volte ci occupiamo di contenere la violenza, di orientare e alfabetizzare emozioni che sembrano eruttare da un vulcano come lava incandescente. In un caso e nell’altro aiutiamo i nostri pazienti a costruire conflitti fra diverse istanze di sé: conflitti intelligenti, sensati, che aiutano a dialettizzare e quindi a capire meglio le situazioni interne e quelle esterne, a mettere in relazione modi di essere e di fare distanti ed estranei gli uni agli altri. Ci arriviamo per gradi, con un lavoro lungo e paziente, parlando poco e ascoltando molto, tollerando le provocazioni e le offese, le sfide alla nostra intelligenza e competenza. Accettiamo la crisi perché, anche se è dolorosa e mai scontatamente a lieto fine, propone una discontinuità, rompe gli schemi e promuove nuovi modi di pensare. Lo scontro della Val di Susa apre la strada ad alcuni pericoli ma rappresenta anche una grande occasione per capire perché migliaia di persone chiedono ascolto, anche se a volte in modo scorretto e riprovevole; chiedono di rompere lo schema del “partito preso”, del “non disturbate il manovratore”, così vicino a quell’altro, che ancora ci risuona negli orecchi: “Ghe pensi mi!”.
Emilio Masina
sabato 10 marzo 2012
lunedì 27 febbraio 2012
Appello per l'Istituto di Neuroposichiatria Infantile Università di Roma
Nel 2011 muore Giovanni Bollea, il padre della Neuropsichiatria Infantile. A poca distanza da questo evento luttuoso anche la disciplina da lui voluta e fatta crescere in tutta Italia sta correndo il rischio di morire dal punto di vista accademico ma, ancor prima, assistenziale a causa della persistente carenza di organico che rende difficile il mantenimento dei livelli elementari di assistenza (ricoveri ordinari e diurni, copertura dei turni di presenza pomeridiana e notturna, ricoveri d’urgenza e consulenze al DEA Centrale e Pediatrico).
L’appello è lanciato dai medici e dagli infermieri dell’Istituto di via dei Sabelli del Policlinico Umberto I che il 27 febbraio prossimo, alle ore 19:00, celebreranno provocatoriamente il funerale della Neuropsichiatria Infantile presso l’Aula magna del medesimo istituto che l’ha vista nascere e crescere.
Più di 6000 sono le visite ambulatoriali annuali e le presenze nei Servizi diurni dell’Istituto (patologie neurologiche, psichiatriche, disabilità dello sviluppo), più di 700 i ricoveri nei Reparti. Eppure questa realtà così ricca di esperienza e di competenze viene ignorata dall’Amministrazione. Come operatori della cooperativa siamo solidali con l’iniziativa dei nostri colleghi con cui abbiamo tante volte collaborato nella cura di giovani che vivono un grave disagio psicologico. Il loro lavoro con gli adolescenti, incardinato intorno ad un Servizio di psicoterapia, un Centro diurno e un Reparto per i ricoveri, è tanto più prezioso perché si colloca in quella che possiamo definire un’area intermedia, uno spazio di frontiera, quasi del tutto assente sul nostro territorio.
Mancano in Italia spazi destinati alla cura degli adolescenti!
Nell’organizzazione del nostro Servizio sanitario nazionale (ASL) la presa in carico degli adolescenti è ancora suddivisa fra il Dipartimento Materno Infantile (che segue i ragazzi fino a 18 anni di età e il Dipartimento di Salute Mentale (che li segue dai 18 anni in poi). Nonostante l’impegno profuso da tanti colleghi, la filosofia che sembra ispirare questa organizzazione è che l’adolescenza come fase specifica non esiste e, quindi, non è necessario istituire Servizi idonei a rispondere al bisogno. Forse appoggiandosi al criterio cronologico – i diciotto anni di età – che sancisce, convenzionalmente, la maturità necessaria ad acquisire alcune competenze (guidare, votare, ecc.) questa organizzazione rappresenta simbolicamente un brusco passaggio dalla condizione di bambino a quella di adulto. L’adolescenza ignorata viene così artificialmente "spezzata" in due parti: la prima, simbolicamente legata al "regno" del materno e dell’infantile – e sappiamo bene quanto gli adolescenti abbiano paura di essere considerati ancora bambini e di regredire ad uno stato di grande dipendenza dai genitori; la seconda, al "regno" della salute (patologia) mentale – che evoca negli adolescenti la paura di essere e di essere diagnosticati malati. Insomma ci si muove entro un quadro normativo rigido, fortemente orientante la domanda e l’azione dell’utenza. Mancano, insomma, strutture intermedie, come il Centro diurno di Neuropsichiatria Infantile, che si collochino fra l’intervento di consulenza o di psicoterapia e il ricovero psichiatrico. E mancano Reparti che, in continuità con il lavoro del centro diurno e del servizio di psicoterapia possano ricoverare e poi seguire nella dimissione adolescenti bisognosi di un forte contenimento psicologico. Per queste ragioni ci uniamo alla mobilitazione degli operatori dell’Istituto augurandoci che le autorità sanitarie e amministrative siano in grado di cogliere il valore di questa realtà e di fornirle i mezzi per vivere.
Il Presidente e i Soci di Rifornimento in volo
L’appello è lanciato dai medici e dagli infermieri dell’Istituto di via dei Sabelli del Policlinico Umberto I che il 27 febbraio prossimo, alle ore 19:00, celebreranno provocatoriamente il funerale della Neuropsichiatria Infantile presso l’Aula magna del medesimo istituto che l’ha vista nascere e crescere.
Più di 6000 sono le visite ambulatoriali annuali e le presenze nei Servizi diurni dell’Istituto (patologie neurologiche, psichiatriche, disabilità dello sviluppo), più di 700 i ricoveri nei Reparti. Eppure questa realtà così ricca di esperienza e di competenze viene ignorata dall’Amministrazione. Come operatori della cooperativa siamo solidali con l’iniziativa dei nostri colleghi con cui abbiamo tante volte collaborato nella cura di giovani che vivono un grave disagio psicologico. Il loro lavoro con gli adolescenti, incardinato intorno ad un Servizio di psicoterapia, un Centro diurno e un Reparto per i ricoveri, è tanto più prezioso perché si colloca in quella che possiamo definire un’area intermedia, uno spazio di frontiera, quasi del tutto assente sul nostro territorio.
Mancano in Italia spazi destinati alla cura degli adolescenti!
Nell’organizzazione del nostro Servizio sanitario nazionale (ASL) la presa in carico degli adolescenti è ancora suddivisa fra il Dipartimento Materno Infantile (che segue i ragazzi fino a 18 anni di età e il Dipartimento di Salute Mentale (che li segue dai 18 anni in poi). Nonostante l’impegno profuso da tanti colleghi, la filosofia che sembra ispirare questa organizzazione è che l’adolescenza come fase specifica non esiste e, quindi, non è necessario istituire Servizi idonei a rispondere al bisogno. Forse appoggiandosi al criterio cronologico – i diciotto anni di età – che sancisce, convenzionalmente, la maturità necessaria ad acquisire alcune competenze (guidare, votare, ecc.) questa organizzazione rappresenta simbolicamente un brusco passaggio dalla condizione di bambino a quella di adulto. L’adolescenza ignorata viene così artificialmente "spezzata" in due parti: la prima, simbolicamente legata al "regno" del materno e dell’infantile – e sappiamo bene quanto gli adolescenti abbiano paura di essere considerati ancora bambini e di regredire ad uno stato di grande dipendenza dai genitori; la seconda, al "regno" della salute (patologia) mentale – che evoca negli adolescenti la paura di essere e di essere diagnosticati malati. Insomma ci si muove entro un quadro normativo rigido, fortemente orientante la domanda e l’azione dell’utenza. Mancano, insomma, strutture intermedie, come il Centro diurno di Neuropsichiatria Infantile, che si collochino fra l’intervento di consulenza o di psicoterapia e il ricovero psichiatrico. E mancano Reparti che, in continuità con il lavoro del centro diurno e del servizio di psicoterapia possano ricoverare e poi seguire nella dimissione adolescenti bisognosi di un forte contenimento psicologico. Per queste ragioni ci uniamo alla mobilitazione degli operatori dell’Istituto augurandoci che le autorità sanitarie e amministrative siano in grado di cogliere il valore di questa realtà e di fornirle i mezzi per vivere.
Il Presidente e i Soci di Rifornimento in volo
mercoledì 1 febbraio 2012
Giovani sfigati?
Emilio Masina
Prima i giovani italiani sono stati definiti “bamboccioni”, poi “la parte peggiore dell’Italia” e ora sono chiamati “sfigati”. Perché ministri e viceministri di diversi governi italiani si accaniscono ad irridere i giovani adulti che non riescono in tempi rapidi a laurearsi e a trovare una casa e un lavoro stabile? Colpisce l’insistenza di quanti, installati in un ruolo di potere, irridono gli svantaggiati. Ma, ancora di più che, in un mondo complesso come il nostro, le categorie usate siano ancora prettamente individualistiche: è il soggetto l’artefice del suo insuccesso e nulla conta il contesto in cui è inserito. Eppure questi signori provengono da famiglie e ambienti privilegiati che li hanno proiettati in carriere velocissime, quasi fulminee (il viceministro Martone era ordinario a 29 anni quando in Italia un comune mortale diventa ordinario, se lo diventa, dovendo affrontare la schiera di agguerriti raccomandati, non prima dei cinquanta-sessanta); oppure si sono appoggiati a partiti e gruppi di potere, difendendo anche gli indifendibili pur di lucrare una posizione di vantaggio.
Il sistema capitalistico ha bisogno di illudere la gente che si va avanti solo con il merito e non con le opportunità: ad esempio, l’accessibilità a decorose condizioni di vita e, soprattutto, ad una buona istruzione. Così l’ascensore sociale, che dovrebbe consentire ai figli dei poveri di migliorare le proprie condizioni di partenza, è fermo, mentre le diseguaglianze sono sempre più in aumento.
Anche gli adolescenti e i giovani adulti disagiati che seguiamo in cooperativa e nei nostri studi usano a volte le stesse categorie individualistiche, anche se si trovano dall’altra parte della piramide: la parte di chi non riesce a farcela. Hanno famiglie problematiche ma premurose, insegnanti capaci e psicologi preparati. Eppure sembrano ignorare quello che l’ambiente offre loro. Dicono che è inutile sforzarsi, che sono nati sfigati. Si rifiutano di fare fatica. Per non deludersi, rifiutano qualsiasi speranza.
Dal vertice e dalla base della piramide adulti che sembrano onnipotenti e giovani che si dicono impotenti invece che assumersi la loro quota di responsabilità per cambiare il mondo colludono nell’avallare una società falsa e ipocrita, dove solo il denaro e l’asservimento ad un “santo in paradiso”, tracciano la rotta da seguire.
Voi cosa ne pensate?
Emilio Masina
Prima i giovani italiani sono stati definiti “bamboccioni”, poi “la parte peggiore dell’Italia” e ora sono chiamati “sfigati”. Perché ministri e viceministri di diversi governi italiani si accaniscono ad irridere i giovani adulti che non riescono in tempi rapidi a laurearsi e a trovare una casa e un lavoro stabile? Colpisce l’insistenza di quanti, installati in un ruolo di potere, irridono gli svantaggiati. Ma, ancora di più che, in un mondo complesso come il nostro, le categorie usate siano ancora prettamente individualistiche: è il soggetto l’artefice del suo insuccesso e nulla conta il contesto in cui è inserito. Eppure questi signori provengono da famiglie e ambienti privilegiati che li hanno proiettati in carriere velocissime, quasi fulminee (il viceministro Martone era ordinario a 29 anni quando in Italia un comune mortale diventa ordinario, se lo diventa, dovendo affrontare la schiera di agguerriti raccomandati, non prima dei cinquanta-sessanta); oppure si sono appoggiati a partiti e gruppi di potere, difendendo anche gli indifendibili pur di lucrare una posizione di vantaggio.
Il sistema capitalistico ha bisogno di illudere la gente che si va avanti solo con il merito e non con le opportunità: ad esempio, l’accessibilità a decorose condizioni di vita e, soprattutto, ad una buona istruzione. Così l’ascensore sociale, che dovrebbe consentire ai figli dei poveri di migliorare le proprie condizioni di partenza, è fermo, mentre le diseguaglianze sono sempre più in aumento.
Anche gli adolescenti e i giovani adulti disagiati che seguiamo in cooperativa e nei nostri studi usano a volte le stesse categorie individualistiche, anche se si trovano dall’altra parte della piramide: la parte di chi non riesce a farcela. Hanno famiglie problematiche ma premurose, insegnanti capaci e psicologi preparati. Eppure sembrano ignorare quello che l’ambiente offre loro. Dicono che è inutile sforzarsi, che sono nati sfigati. Si rifiutano di fare fatica. Per non deludersi, rifiutano qualsiasi speranza.
Dal vertice e dalla base della piramide adulti che sembrano onnipotenti e giovani che si dicono impotenti invece che assumersi la loro quota di responsabilità per cambiare il mondo colludono nell’avallare una società falsa e ipocrita, dove solo il denaro e l’asservimento ad un “santo in paradiso”, tracciano la rotta da seguire.
Voi cosa ne pensate?
venerdì 7 ottobre 2011
Il ritiro dalla scuola
Caro professor Masina, che si fa quando il proprio figlio di sedici anni, già bocciato una volta, non vuole più andare a scuola e passa il proprio tempo fra il letto, la televisione e il muretto con gli amici? Io le ho provate tutte: ho cercato di parlare con lui e di comprendere i motivi del suo rifiuto ma non sono approdata a niente. Anzi, ho ottenuto il risultato di farlo chiudere ancora di più in se stesso. Sono andata a parlare con gli insegnanti che si sono sfogati con me, confessando il loro disagio di lavorare in una classe molto numerosa e la difficoltà di offrire al mio ragazzo l’attenzione che sarebbe necessaria. L’anno scorso lo hanno promosso, nonostante il suo rendimento lasciasse molto a desiderare, per dargli un segnale di incoraggiamento, che però non è servito. Mio marito non mi aiuta, anzi! Si disinteressa dello studio del figlio, dichiarando che se non vuole andare a scuola lo manderà a lavorare, come se questa fosse una soluzione! Oppure interviene con durezza, tanto che più di una volta lui e mio figlio sono venuti alle mani, costringendomi a separarli. Forse potrei ritirarlo dalla scuola e proporgli di studiare da privatista, individuando professori competenti e più capaci di entrare in rapporto con lui. Lei che ne pensa? Grazie.
Lettera firmata
RISPOSTA
Gentile signora, mi pare che il ritiro dalla scuola non serva a risolvere il problema che lei illustra. Anzi, mi pare che rischi di essere un movimento collusivo con la decisione del ragazzo di semplificare la propria vita rinunciando a trattare la relazione con la scuola nelle sue molteplici sfaccettature (rapporto con i professori, con i compagni e con l’oggetto culturale, cioè i contenuti che vengono proposti per lo studio). Quando lavoriamo con adolescenti e giovani adulti gravemente disturbati ci accorgiamo spesso che vi è stata da parte della famiglia una lunga sottovalutazione dei loro problemi e che il momento in cui i ragazzi hanno cominciato a manifestare i loro problemi molte volte coincide proprio con il disinvestimento dello studio e delle relazioni con i compagni e con il ritiro dalla scuola. Il ritiro, cioè, ha rappresentato il tentativo di tacitare i problemi del figlio attraverso un evitamento e un ridimensionamento degli stessi, attribuendo al contesto scolastico tutta la responsabilità di quanto va accadendo. Non solo, dunque, si rinuncia ad usare la scuola come strumento potenziale di crescita, confronto e socializzazione. Ma anche individuando la famiglia come unico spazio in cui il ragazzo può vivere una vita serena la si carica di una responsabilità e di un carico enorme. Se in un primo momento pensare alla scuola come capro espiatorio può alleviare le tensioni interne al nucleo familiare, in un secondo momento proprio l’intimità coatta e l’impossibilità del ragazzo di usare interlocutori diversi dai propri familiari per rappresentare e cercare di trattare la propria sofferenza può portare, come lei sta già in qualche modo segnalando, ad un peggioramento della situazione.
Che fare, dunque? Io penso che la strada che lei ha già cercato di intraprendere, cioè quella del dialogo con il ragazzo, gli insegnanti e il marito sia quella giusta e non vada abbandonata di fronte alle prime difficoltà. E’ evidente che lo scoraggiamento (depressione?) del suo ragazzo viene alimentato dal senso di impotenza dei suoi insegnanti e dalla difficoltà che lei e suo marito fate per individuare una linea comune. Dobbiamo chiederci, però, se lo spazio comunicativo che lei ha aperto non rischia di diventare più uno spazio di lamento e di evacuazione delle proprie emozioni (lei si sfoga con le insegnanti e loro con lei, voi genitori vi sfogate con il figlio, suo marito con lei e così via). Se fosse così cercare di comunicare piuttosto che essere utile porterebbe rapidamente ad un sentimento di impotenza e alla messa in scacco di tutte le energie positive. Mi pare, cioè, che sia necessario che lei possa riflettere su cosa lei e i suoi interlocutori vi andate dicendo, in quali momenti, con quali modalità, in modo da rintracciare le emozioni e i significati sottesi alle parole che vengono scambiate. So che quello che le sto proponendo di fare è difficile ma solo imparando a non confondere l’intervento educativo con l’aggressione, la richiesta di aiuto con la pretesa, il sostegno con il controllo, cioè a riflettere costantemente sul senso delle relazioni che andiamo intrecciando con gli altri possiamo pensare di costruire legami affidabili piuttosto che essere in balia di una, magari involontaria, distruttività. In questo lavoro di decodifica e di alfabetizzazione emozionale forse uno psicologo potrebbe esserle utile.
Cari saluti e auguri, Emilio Masina
Lettera firmata
RISPOSTA
Gentile signora, mi pare che il ritiro dalla scuola non serva a risolvere il problema che lei illustra. Anzi, mi pare che rischi di essere un movimento collusivo con la decisione del ragazzo di semplificare la propria vita rinunciando a trattare la relazione con la scuola nelle sue molteplici sfaccettature (rapporto con i professori, con i compagni e con l’oggetto culturale, cioè i contenuti che vengono proposti per lo studio). Quando lavoriamo con adolescenti e giovani adulti gravemente disturbati ci accorgiamo spesso che vi è stata da parte della famiglia una lunga sottovalutazione dei loro problemi e che il momento in cui i ragazzi hanno cominciato a manifestare i loro problemi molte volte coincide proprio con il disinvestimento dello studio e delle relazioni con i compagni e con il ritiro dalla scuola. Il ritiro, cioè, ha rappresentato il tentativo di tacitare i problemi del figlio attraverso un evitamento e un ridimensionamento degli stessi, attribuendo al contesto scolastico tutta la responsabilità di quanto va accadendo. Non solo, dunque, si rinuncia ad usare la scuola come strumento potenziale di crescita, confronto e socializzazione. Ma anche individuando la famiglia come unico spazio in cui il ragazzo può vivere una vita serena la si carica di una responsabilità e di un carico enorme. Se in un primo momento pensare alla scuola come capro espiatorio può alleviare le tensioni interne al nucleo familiare, in un secondo momento proprio l’intimità coatta e l’impossibilità del ragazzo di usare interlocutori diversi dai propri familiari per rappresentare e cercare di trattare la propria sofferenza può portare, come lei sta già in qualche modo segnalando, ad un peggioramento della situazione.
Che fare, dunque? Io penso che la strada che lei ha già cercato di intraprendere, cioè quella del dialogo con il ragazzo, gli insegnanti e il marito sia quella giusta e non vada abbandonata di fronte alle prime difficoltà. E’ evidente che lo scoraggiamento (depressione?) del suo ragazzo viene alimentato dal senso di impotenza dei suoi insegnanti e dalla difficoltà che lei e suo marito fate per individuare una linea comune. Dobbiamo chiederci, però, se lo spazio comunicativo che lei ha aperto non rischia di diventare più uno spazio di lamento e di evacuazione delle proprie emozioni (lei si sfoga con le insegnanti e loro con lei, voi genitori vi sfogate con il figlio, suo marito con lei e così via). Se fosse così cercare di comunicare piuttosto che essere utile porterebbe rapidamente ad un sentimento di impotenza e alla messa in scacco di tutte le energie positive. Mi pare, cioè, che sia necessario che lei possa riflettere su cosa lei e i suoi interlocutori vi andate dicendo, in quali momenti, con quali modalità, in modo da rintracciare le emozioni e i significati sottesi alle parole che vengono scambiate. So che quello che le sto proponendo di fare è difficile ma solo imparando a non confondere l’intervento educativo con l’aggressione, la richiesta di aiuto con la pretesa, il sostegno con il controllo, cioè a riflettere costantemente sul senso delle relazioni che andiamo intrecciando con gli altri possiamo pensare di costruire legami affidabili piuttosto che essere in balia di una, magari involontaria, distruttività. In questo lavoro di decodifica e di alfabetizzazione emozionale forse uno psicologo potrebbe esserle utile.
Cari saluti e auguri, Emilio Masina
martedì 9 agosto 2011
Paura della diagnosi
“Io ho paura della ‘diagnosi’!”
Gentile professor Masina, ho un figlio di sedici anni che da circa un anno crea problemi sia a casa che a scuola: è ribelle, indisciplinato, depresso oppure troppo9 su di giri. Di recente l’ho portato per una consultazione presso un Consultorio per adolescenti. Dopo averlo visto, due volte! gli specialisti hanno voluto incontrare me e mio marito. Speravo di avere delle spiegazioni sulla sofferenza di mio figlio e sui motivi che l’avevano prodotta. Nulla di tutto questo! L’unica cosa che siamo riusciti a capire, in mezzo a molti discorsi fumosi, è stata la diagnosi (“disturbo di personalità”) e la terapia prevista: colloqui psicologici più farmaci. Ora ci troviamo nella spiacevole situazione di dover collaborare a un progetto che non abbiamo capito a cosa debba servire. Perché i medici sono così sbrigativi? Perché usano etichette che a noi, persone comuni, non dicono niente e anzi, mettono paura? Scusi lo sfogo, Anna P,. Roma.
Risposta
Cara signora, lei tocca un argomento molto delicato e dibattuto tra noi “addetti ai lavori”. A due diversi livelli. Il primo riguarda il modo di comunicare con il paziente e/o i suoi genitori quello che abbiamo capito di lui, per motivarlo a seguire la terapia necessaria. Comunicare diagnosi (con relativa terminologia specialistica) non aiuta la comprensione da parte del/dei paziente/i ma può anzi, come nel vostro caso, fargli percepire un’eccessiva distanza dallo specialista, confonderlo/i o, addirittura, spaventarlo/i. Anche se, per onestà, bisogna dire che spesso sono proprio i pazienti a chiedere la diagnosi, nell’illusione che conoscere il nome di un problema sia conoscere il problema stesso, come scriveva lo psicoanalista Balint già cinquant’anni fa. E’ più grave quando la “scorciatoia comunicativa” della diagnosi viene applicata in campo psicologico. Infatti, mentre in medicina si parte dal sintomo riferito dal paziente per poi oggettivarlo sempre di più ricorrendo a visite, prove ed esami di laboratorio, nel nostro campo si fa esattamente il contrario: i sintomi, riferiti dal paziente e/o dai suoi familiari, devono essere sempre più soggettivati attraverso discorsi, fantasie, sogni, lapsus e qualunque altra manifestazione idonea a cogliere il mondo interiore del soggetto. Se si vuole capire qualcosa della sofferenza di quel determinato individuo, in altre parole, si deve passare dai “fatti” ai “vissuti”. Ne consegue che gli incontri “esplorativi” con il paziente - quelli, cioè, in cui lo psicoterapeuta interroga i vissuti di chi soffre anche attraverso l’ascolto attento dei propri - incluso l’incontro di “restituzione”, in cui lo specialista spiega al paziente quello che ha capito - sono delicati e importantissimi. Non si tratta solo di comunicare qualcosa e poi “chi si è visto si è visto”. Ma di cominciare a costruire con l’altro quella relazione d’aiuto che, se viene ritenuta valida e percorribile dal paziente, lo porterà ad intraprendere la terapia e a portarla avanti con spirito di collaborazione.
Il secondo livello che la sua lettera mi offre il pretesto di trattare riguarda l’eccessiva fiducia nella diagnosi da parte degli stessi psicoterapeuti. La diagnosi, infatti, descrive un problema, serve agli specialisti per presumere di parlare della stessa cosa, differenziandola dalle altre, ma, in realtà, descrive sintomi che sottendono un’infinita varietà di situazioni cliniche e vissuti individuali. Situazioni e vissuti che, per così dire, scaturiscono non dalla mente di un individuo isolato ma dalle relazioni che quest’ultimo ha stabilito e continua ad intrattenere con gli altri nel suo contesto di vita. Purtroppo, non di rado, gli psicoterapeuti piuttosto che raccogliere pazientemente nella relazione che si va costruendo con il paziente gli indicatori che consentono di “guardare attraverso” (è questo il significato del termine diagnosi, che deriva dal greco) il suo personale disagio in relazione al suo specifico contesto di vita pretendono di inserirlo in una categoria standard, cioè lo trattano come qualcosa di invariante, uguale per tutti. In questo caso la diagnosi è intesa ed usata nella sua accezione psichiatrica, volta a definire il disturbo mentale di cui è portatore il paziente ed esprime una visione individualistica dell’individuo. Lo psicoterapeuta, in altre parole, restringe il suo interesse all’individuo e al deficit (la psicopatologia) che lo contraddistingue, considerato come deviazione dai parametri che socialmente (culturalmente) definiscono la “normalità”. Lo psicoterapeuta siffatto sembra credere ad una drastica differenza fra normalità e patologia, ciò che già Freud più di cento anni fa, metteva in discussione. L’intento diagnostico, così concepito, non solo può prevalere sulla necessità di capire le relazioni fra il paziente e il suo contesto (genitori e fratelli, scuola, compagni e insegnanti, partner ecc.) ma rischia anche di impedire la comprensione della relazione del paziente con lo psicoterapeuta, che è una vera e propria cartina tornasole delle altre relazioni sopra elencate. Infatti, quando si fa diagnosi per identificare psicopatologie e misurare personalità si pensa che sia possibile conoscere il paziente (l’oggetto della conoscenza) attraverso categorie standard che sono, per così dire, indipendenti dalla relazione che si instaura fra lui e il soggetto che lo vuole conoscere (lo psicoterapeuta). Ma l’atto stesso di conoscere (le modalità usate, i presupposti, le stesse credenze del ricercatore) come tutti sanno, influenzano ciò che si vuole conoscere. Insomma, in psicologia clinica lo specialista non può conoscere alcunché se non passa attraverso la sperimentazione (e l’analisi) della relazione emozionata fra se stesso e la persona che è oggetto dell’ indagine.
Alcuni colleghi giustificano la diagnosi affermando che in questo modo si possono raccogliere dati quantitativi e utili per la ricerca, dati “scientifici” da spendere nei convegni ma a me questa pare un’idealizzazione della misurazione, che, come segnalavo, presenta molti inconvenienti, e una svalutazione di altre forme di conoscenza scientifica, ad esempio quella del resoconto che, dai tempi di Freud, gli psicoanalisti usano per discutere e sistematizzare le informazioni che vanno raccogliendo. Penso, piuttosto, che la “scorciatoia della diagnosi” continui a essere applicata perché permette sia allo specialista sia al paziente di non implicarsi profondamente nella relazione con se stessi e con l’altro. Il paziente delega i suoi problemi allo psicoterapeuta supposto sapere, lo psicoterapeuta accoglie la delega e si propone proprio come colui che sa a priori, senza bisogno di esplorare il campo della relazione.
Un’ultima considerazione: promuovere sviluppo piuttosto che correggere deficit, conoscere il modo di stare in relazione dell’individuo piuttosto che diagnosticare psicopatologie, è importante soprattutto nel caso degli adolescenti che attraversano fisiologicamente un momento di grande cambiamento. Un cambiamento che ha bisogno di essere capito “al volo”, accompagnato e sostenuto, piuttosto che fissato in rigide categorie di personalità. Purtroppo è proprio questo che talvolta passa il mercato della psicoterapia.
Cari saluti e auguri, Emilio Masina
Gentile professor Masina, ho un figlio di sedici anni che da circa un anno crea problemi sia a casa che a scuola: è ribelle, indisciplinato, depresso oppure troppo9 su di giri. Di recente l’ho portato per una consultazione presso un Consultorio per adolescenti. Dopo averlo visto, due volte! gli specialisti hanno voluto incontrare me e mio marito. Speravo di avere delle spiegazioni sulla sofferenza di mio figlio e sui motivi che l’avevano prodotta. Nulla di tutto questo! L’unica cosa che siamo riusciti a capire, in mezzo a molti discorsi fumosi, è stata la diagnosi (“disturbo di personalità”) e la terapia prevista: colloqui psicologici più farmaci. Ora ci troviamo nella spiacevole situazione di dover collaborare a un progetto che non abbiamo capito a cosa debba servire. Perché i medici sono così sbrigativi? Perché usano etichette che a noi, persone comuni, non dicono niente e anzi, mettono paura? Scusi lo sfogo, Anna P,. Roma.
Risposta
Cara signora, lei tocca un argomento molto delicato e dibattuto tra noi “addetti ai lavori”. A due diversi livelli. Il primo riguarda il modo di comunicare con il paziente e/o i suoi genitori quello che abbiamo capito di lui, per motivarlo a seguire la terapia necessaria. Comunicare diagnosi (con relativa terminologia specialistica) non aiuta la comprensione da parte del/dei paziente/i ma può anzi, come nel vostro caso, fargli percepire un’eccessiva distanza dallo specialista, confonderlo/i o, addirittura, spaventarlo/i. Anche se, per onestà, bisogna dire che spesso sono proprio i pazienti a chiedere la diagnosi, nell’illusione che conoscere il nome di un problema sia conoscere il problema stesso, come scriveva lo psicoanalista Balint già cinquant’anni fa. E’ più grave quando la “scorciatoia comunicativa” della diagnosi viene applicata in campo psicologico. Infatti, mentre in medicina si parte dal sintomo riferito dal paziente per poi oggettivarlo sempre di più ricorrendo a visite, prove ed esami di laboratorio, nel nostro campo si fa esattamente il contrario: i sintomi, riferiti dal paziente e/o dai suoi familiari, devono essere sempre più soggettivati attraverso discorsi, fantasie, sogni, lapsus e qualunque altra manifestazione idonea a cogliere il mondo interiore del soggetto. Se si vuole capire qualcosa della sofferenza di quel determinato individuo, in altre parole, si deve passare dai “fatti” ai “vissuti”. Ne consegue che gli incontri “esplorativi” con il paziente - quelli, cioè, in cui lo psicoterapeuta interroga i vissuti di chi soffre anche attraverso l’ascolto attento dei propri - incluso l’incontro di “restituzione”, in cui lo specialista spiega al paziente quello che ha capito - sono delicati e importantissimi. Non si tratta solo di comunicare qualcosa e poi “chi si è visto si è visto”. Ma di cominciare a costruire con l’altro quella relazione d’aiuto che, se viene ritenuta valida e percorribile dal paziente, lo porterà ad intraprendere la terapia e a portarla avanti con spirito di collaborazione.
Il secondo livello che la sua lettera mi offre il pretesto di trattare riguarda l’eccessiva fiducia nella diagnosi da parte degli stessi psicoterapeuti. La diagnosi, infatti, descrive un problema, serve agli specialisti per presumere di parlare della stessa cosa, differenziandola dalle altre, ma, in realtà, descrive sintomi che sottendono un’infinita varietà di situazioni cliniche e vissuti individuali. Situazioni e vissuti che, per così dire, scaturiscono non dalla mente di un individuo isolato ma dalle relazioni che quest’ultimo ha stabilito e continua ad intrattenere con gli altri nel suo contesto di vita. Purtroppo, non di rado, gli psicoterapeuti piuttosto che raccogliere pazientemente nella relazione che si va costruendo con il paziente gli indicatori che consentono di “guardare attraverso” (è questo il significato del termine diagnosi, che deriva dal greco) il suo personale disagio in relazione al suo specifico contesto di vita pretendono di inserirlo in una categoria standard, cioè lo trattano come qualcosa di invariante, uguale per tutti. In questo caso la diagnosi è intesa ed usata nella sua accezione psichiatrica, volta a definire il disturbo mentale di cui è portatore il paziente ed esprime una visione individualistica dell’individuo. Lo psicoterapeuta, in altre parole, restringe il suo interesse all’individuo e al deficit (la psicopatologia) che lo contraddistingue, considerato come deviazione dai parametri che socialmente (culturalmente) definiscono la “normalità”. Lo psicoterapeuta siffatto sembra credere ad una drastica differenza fra normalità e patologia, ciò che già Freud più di cento anni fa, metteva in discussione. L’intento diagnostico, così concepito, non solo può prevalere sulla necessità di capire le relazioni fra il paziente e il suo contesto (genitori e fratelli, scuola, compagni e insegnanti, partner ecc.) ma rischia anche di impedire la comprensione della relazione del paziente con lo psicoterapeuta, che è una vera e propria cartina tornasole delle altre relazioni sopra elencate. Infatti, quando si fa diagnosi per identificare psicopatologie e misurare personalità si pensa che sia possibile conoscere il paziente (l’oggetto della conoscenza) attraverso categorie standard che sono, per così dire, indipendenti dalla relazione che si instaura fra lui e il soggetto che lo vuole conoscere (lo psicoterapeuta). Ma l’atto stesso di conoscere (le modalità usate, i presupposti, le stesse credenze del ricercatore) come tutti sanno, influenzano ciò che si vuole conoscere. Insomma, in psicologia clinica lo specialista non può conoscere alcunché se non passa attraverso la sperimentazione (e l’analisi) della relazione emozionata fra se stesso e la persona che è oggetto dell’ indagine.
Alcuni colleghi giustificano la diagnosi affermando che in questo modo si possono raccogliere dati quantitativi e utili per la ricerca, dati “scientifici” da spendere nei convegni ma a me questa pare un’idealizzazione della misurazione, che, come segnalavo, presenta molti inconvenienti, e una svalutazione di altre forme di conoscenza scientifica, ad esempio quella del resoconto che, dai tempi di Freud, gli psicoanalisti usano per discutere e sistematizzare le informazioni che vanno raccogliendo. Penso, piuttosto, che la “scorciatoia della diagnosi” continui a essere applicata perché permette sia allo specialista sia al paziente di non implicarsi profondamente nella relazione con se stessi e con l’altro. Il paziente delega i suoi problemi allo psicoterapeuta supposto sapere, lo psicoterapeuta accoglie la delega e si propone proprio come colui che sa a priori, senza bisogno di esplorare il campo della relazione.
Un’ultima considerazione: promuovere sviluppo piuttosto che correggere deficit, conoscere il modo di stare in relazione dell’individuo piuttosto che diagnosticare psicopatologie, è importante soprattutto nel caso degli adolescenti che attraversano fisiologicamente un momento di grande cambiamento. Un cambiamento che ha bisogno di essere capito “al volo”, accompagnato e sostenuto, piuttosto che fissato in rigide categorie di personalità. Purtroppo è proprio questo che talvolta passa il mercato della psicoterapia.
Cari saluti e auguri, Emilio Masina
mercoledì 27 aprile 2011
Dobbiamo diventare tutti delinquenti?
Caro professor Masina, insegno italiano e storia in un liceo classico e sono capitata per caso sul sito della cooperativa. Sono sempre alla ricerca di interlocutori che mi aiutino a riflettere sulla mia esperienza di insegnamento, in modo da renderla vitale e non ripetitiva. Leggendo le cose che scrivete a me pare di dover dissentire su un punto: i giovani di oggi, almeno molti di quelli che incontro a scuola, non mi sembrano depressi, scoraggiati da un confronto con un mondo che vivono come frustrante e lontano dai loro bisogni. Mi paiono piuttosto animati da una eccitazione, da uno “spirito animale”, che forse è esistito in tutte le epoche fra i giovani ma che oggi sembra avere preso di gran lunga il sopravvento rispetto alla capacità di leggere criticamente gli eventi della realtà per potere individuare una propria, costruttiva, linea di comportamento. Quando ci fermiamo in classe a discutere dei fatti che accadono nel mondo sempre più spesso i ragazzi, anche quelli più intelligenti e preparati, si lasciano andare a ragionamenti bellicosi e arroganti nei confronti dei più deboli (extracomunitari, rom, immigrati) e sembrano invece sedotti da quanti, uomini politici, calciatori, veline o protagonisti dello spettacolo, hanno potere o semplicemente visibilità. Le loro energie, i loro sogni sembrano protesi verso il cono di luce dei riflettori. Ma ciò che a me più preoccupa è il loro atteggiamento di sfida e di disprezzo verso chi svolge onestamente e con competenza il proprio lavoro ma non ha status; almeno lo status dato dai soldi e dalla fama. Tempo fa, un mio collega ha trovato sulla cattedra un pacchetto di soldi finti accompagnato da un biglietto anonimo che diceva: “Per uno sfigato”. I ragazzi si sono giustificati dicendo che era uno scherzo innocuo ma a me pare un indicatore di una certa gravità. Non è colpa tutta degli studenti, naturalmente: già molti anni fa Mc Luhan diceva che nel mondo, ormai diventato un “villaggio globale” a causa dello sviluppo dei mass media, qualsiasi evento, anche un albero che cade nella foresta, se non è ripreso da una telecamera, non è mai avvenuto, non esiste. E oggi la cultura che sembra dominante, quella del “ghe pensi mi” e del “fora da le ball”, non incoraggia certo il ragionamento e la convivenza civile. Mi chiedo però come faremo noi adulti a recuperare il terreno perduto, ad aiutare le nuove generazioni a non lasciarsi andare al conformismo, all’apparenza vuota di contenuti, all’esigenza di un godimento senza più la mediazione della mente. Lei che ne pensa? Grazie, Marisa Giona
Risposta
Gentile insegnante, concordo pienamente con la sua analisi. Anzi, voglio raccontarle una mia esperienza. E’ fisiologico, anzi è indicatore di una relazione viva e spontanea che psicologo e paziente si trovino talvolta a non concordare sul significato da attribuire ad un evento o a un comportamento adottato. Ma di recente è successo qualcosa che non mi era mai accaduto prima, in trenta anni di professione. Due diverse persone mi hanno accusato di danneggiarle, usando questa argomentazione: “Se lei ci aiuta a cambiare e ad entrare di più in contatto con la realtà – si parlava, in particolare, del loro lavoro - ci impedisce di adattarci ad ambienti dove ormai regna il menefreghismo e la delinquenza e quindi ci costringe ad entrare in conflitto con i nostri colleghi! Così invece di stare meglio staremo peggio!”. In altre parole, i pazienti mi chiedevano di aiutarli a colludere di più, a sostenere le loro azioni inappropriate, piuttosto che ad analizzarle per leggerle criticamente. Mi pare che, al momento, qualsiasi agenzia che si proponga di educare, come la scuola, oppure di fermare gli agiti che servono ad evacuare la tensione psicologica per aprire uno spazio di pensiero, come la psicoanalisi, sia fortemente messa in discussione dall’ideologia che Massimo Recalcati, nel suo ultimo libro (Cortina ed.), definisce quella dell’”Uomo senza inconscio”. Un uomo, cioè, che non si pone più come soggetto di un autentico desiderio ma che diventa portavoce di un godimento sregolato e immediato. Quale ne sia la causa - Recalcati cita Lacan e parla dell’ eclissi del padre e della sua funzione normativa e regolatrice - l’unica cosa che possiamo fare è tenere duro, non scoraggiarci nell’andare contro tendenza, non stancarci di segnalare quanto sia importante esplorare l’estraneo che è fuori di noi ma anche in noi stessi, per promuovere una convivenza ricca di scambi vitali. Mi pare che dobbiamo contrastare la tendenza a chiudersi nel proprio narcisistico “orticello” e rilanciare, in tutte le occasioni possibili, confronti argomentativi, conflitti intelligenti con chi non la pensa in maniera diversa. Auguri di buon lavoro, Emilio Masina
domenica 6 marzo 2011
Diventare adulti
Gentile prof. Masina,
ho un figlio di vent’anni che attraversa una crisi per me difficile da capire: io e mio marito l’abbiamo cresciuto senza mai fargli mancare nulla, gli abbiamo voluto bene, siamo sempre stati presenti al momento della difficoltà.
Eppure, nonostante ciò, il nostro ragazzo oggi più che vivere ci sembra sopravvivere: è iscritto all’università ma frequenta poco le lezioni, non studia, esce fino a tardi la sera, ciondolando con gli amici da un locale all’altro e la mattina dorme a lungo. Non ha una ragazza fissa ma solo rapporti brevi, anzi brevissimi. Non ci sono problemi eclatanti come la droga o l’abuso di alcool.
Il problema è questa mancanza di motivazione.
Ho provato a parlargli tante volte ma lui non risponde oppure lo fa con frasi brevi e spezzettate come se non trovasse dentro di sé nemmeno l’energia per parlare.
Qualche giorno fa di fronte alla mia sollecitazione di darsi una mossa e crescere una buona volta mi ha risposto: “Cosa cresco a fare?”. E’ stato per me come se mi avesse dato uno schiaffo. Perché si sta spegnendo così? Che cosa si può fare? Potrebbe aiutarlo una psicoterapia e come motivarlo ad intraprenderla?
Carmen, Vigevano.
Risposta:
“E’ sicuro che il problema che sembra accomunare, sia pure in forme diverse, tante persone comprese in una fascia di età di almeno dodici anni, dai 18 ai 30 anni, ma anche oltre, dipenda dalla difficoltà di abbandonare una fase dello sviluppo psichico? E’ sicuro che questa difficoltà sia di ordine patologico e quindi di competenza psichiatrica e psicoanalitica? E’ sicuro che essa dipenda dalla serietà dell’impegno da affrontare per salire al livello di una tappa successiva dello sviluppo? Sicuro che essa non nasconda il bisogno legittimo di una maturazione critica più approfondita della vigente concezione di stato adulto?
Non si può pensare che lo stato adulto sia una condizione altrettanto complessa e difficile da realizzare pienamente in se stessi rispetto all’adolescenza, e che tante persone non più giovani possano aver trovato, rispetto ai tardo adolescenti, molte più ‘ragioni’ per affermarsi adulti?
Gentile signora, ho voluto cominciare questa mia risposta con le parole scritte da Arnaldo Novelletto, al cui insegnamento la nostra cooperativa si ispira. Novelletto era uno psichiatra e psicoanalista esperto. Intendo dire che la psicoterapia era il suo lavoro. Eppure ci segnala che la psicoterapia, utile e in molti casi di giovani in crisi assolutamente necessaria, non basta a spiegare e a trattare la difficoltà che tanti giovani e meno giovani hanno oggi a diventare uomini e donne adulti.
Questi giovani, si chiede Novelletto, hanno difficoltà ad abbandonare l’adolescenza o, piuttosto, ad investire le loro energie in una prospettiva adulta, cioè a trovare ragioni valide per affrontare la fatica di soggettivarsi e sviluppare un proprio, personale progetto di vita?
Suo figlio sembra confermare questa ipotesi quando le chiede: “Che cosa cresco a fare? Che ragioni ho, che ragioni tu sai offrirmi, per fare lo sforzo di affermarmi adulto?”.
Psicoanalista e tardo adolescente, come in un dialogo immaginario, pongono domande che convocano noi tutti. Perché, certamente, non è facile fare il lutto con il bambino e poi con l’adolescente che si è stati, rinunciare all’onnipotenza che, a volte, è stata rinforzata, piuttosto che ridimensionata, da genitori spaventati e bisognosi di affetto. Ma crescere è ancora più difficile quando i ragazzi sembrano non rappresentarsi alternative valide.
In questo caso mollare la posizione onnipotente non vuol dire spostarsi su una posizione di realistica potenza, scegliere di non essere più tutti e nessuno bensì un uomo o una donna adulti con i propri limiti ma anche con risorse per svilupparli, capace di discernere cosa è vero e cosa è falso, cosa promuove la fiducia in se stessi e nella relazione con gli altri e cosa, invece, la danneggia.
Vuol dire, al contrario, sentirsi cadere dalle stelle alle stalle, in una terribile condizione di impotenza rispetto ad un mondo presupposto difficile e ostile.
“Perché devo studiare, perché devo sbattermi per conquistare un posto in un mondo lavorativo dove vanno avanti solo i raccomandati e le puttane? - mi chiedeva recentemente una mia giovane paziente in crisi - Perché devo fare la fatica di uscire di casa la mattina, affrontare il traffico, e tornare a casa la sera per poi essere ugualmente infelice? Non sarebbe meglio andarmene dove ci sono popoli che hanno molto meno di noi ma sono più contenti della vita?”.
Che cosa significa crescere nel mondo di oggi, e nel nostro Paese? Che forma stiamo dando alle nostre vite e a quelle dei nostri figli o dei giovani che ci sono affidati? Quale testimonianza trasmettiamo, magari inconsapevolmente, ai giovani che ci guardano. L’inerzia con cui ci sembrano sopravvivere non assomiglia alla nostra, non sono parenti il nostro e il loro pessimismo?
Mi pare che dobbiamo cercare di uscire da un’ottica individualista, quell’ottica secondo la quale un figlio o un genitore possano sopravvivere come individui isolati e autoreferenti al senso di sconforto e di futilità che ci assale collettivamente, magari con l’aiuto di uno psicoterapeuta che lo aiuti ad adattarsi meglio, ad assumere forme di vita più conformistiche, meno inquietanti per la società.
Forse dopo aver molto lavorato per differenziare le caratteristiche dell’infanzia da quelle dell’adolescenza e dalla fase adulta c’è la necessità anche per noi psicoterapeuti di pensare di più ai rapporti fra le generazioni, agli stereotipi con cui noi guardiamo gli adolescenti e proponiamo loro il ruolo adulto e con cui loro si propongono a noi. C’è bisogno di fare la fatica di storicizzare, di contestualizzare le varie forme di disagio giovanile invece che parlarne come patologie, fattori invarianti, che sopravvivono intonsi al tempo e alla storia.
Dobbiamo capire quando ci accordiamo inconsapevolmente con loro per risparmiarci reciprocamente la fatica di assumerci le proprie responsabilità.
Mi pare sia necessario aiutare i giovani a pensare le relazioni, a cogliere che la vita è un processo, un divenire, che presenta difficoltà ma anche potenzialità e gratificazioni, perché possano individuare ragioni per progredire piuttosto che mantenere uno stallo, una posizione sempre precaria e provvisoria o, addirittura, tornare regressivamente indietro alla ricerca delle ragioni di una volta.
Dobbiamo imparare ad occuparci delle nostre relazioni e a mantenerle vive, scoprire come si fa a parlare con i nuovi adolescenti e giovani adulti e non guardarli preoccupati dall’esterno, per scrutare i segni di un possibile disagio ed essere pronti a medicalizzarlo, magari con l’aiuto di un test di personalità, come sembra oggi andare di moda fra gli addetti ai lavori che si preoccupano della scientificità. Dobbiamo diagnosticare meno e incontrare di più, ritrovare le differenze ma anche le somiglianze.
Quando parliamo con i giovani è importante ricordarci della nostra adolescenza ma anche non perdere di vista il nostro essere adulti, per dare un senso alla nostra specifica posizione nel mondo che possa aiutare il giovane a cercare il suo. Insomma dobbiamo metterci la faccia!
Gentile signora, io non posso sapere, naturalmente, se suo figlio potrebbe avere bisogno di una psicoterapia capace di aiutarlo a mettere meglio a fuoco le difficoltà che si frappongono a maturare approfonditamente la concezione di stato adulto, come scriveva Novelletto, necessaria ad investire maggiormente in quella direzione. Quanto più chiaramente lei e suo marito riuscirete a cogliere il disagio del vostro ragazzo e ad aiutarlo a dargli un senso rispetto alle relazioni che sta vivendo tanto più probabilmente vostro figlio prenderà la strada del cambiamento, magari cominciando a consultare uno psicoterapeuta o magari con una delle tante altre modalità.
Voglio però ringraziarla per darmi l’opportunità di sottolineare la necessità che anche altri adulti, genitori, insegnanti, educatori, si spendano maggiormente per testimoniare ai giovani che un mondo diverso da quello attuale è possibile.
Cari saluti, Emilio Masina
ho un figlio di vent’anni che attraversa una crisi per me difficile da capire: io e mio marito l’abbiamo cresciuto senza mai fargli mancare nulla, gli abbiamo voluto bene, siamo sempre stati presenti al momento della difficoltà.
Eppure, nonostante ciò, il nostro ragazzo oggi più che vivere ci sembra sopravvivere: è iscritto all’università ma frequenta poco le lezioni, non studia, esce fino a tardi la sera, ciondolando con gli amici da un locale all’altro e la mattina dorme a lungo. Non ha una ragazza fissa ma solo rapporti brevi, anzi brevissimi. Non ci sono problemi eclatanti come la droga o l’abuso di alcool.
Il problema è questa mancanza di motivazione.
Ho provato a parlargli tante volte ma lui non risponde oppure lo fa con frasi brevi e spezzettate come se non trovasse dentro di sé nemmeno l’energia per parlare.
Qualche giorno fa di fronte alla mia sollecitazione di darsi una mossa e crescere una buona volta mi ha risposto: “Cosa cresco a fare?”. E’ stato per me come se mi avesse dato uno schiaffo. Perché si sta spegnendo così? Che cosa si può fare? Potrebbe aiutarlo una psicoterapia e come motivarlo ad intraprenderla?
Carmen, Vigevano.
Risposta:
“E’ sicuro che il problema che sembra accomunare, sia pure in forme diverse, tante persone comprese in una fascia di età di almeno dodici anni, dai 18 ai 30 anni, ma anche oltre, dipenda dalla difficoltà di abbandonare una fase dello sviluppo psichico? E’ sicuro che questa difficoltà sia di ordine patologico e quindi di competenza psichiatrica e psicoanalitica? E’ sicuro che essa dipenda dalla serietà dell’impegno da affrontare per salire al livello di una tappa successiva dello sviluppo? Sicuro che essa non nasconda il bisogno legittimo di una maturazione critica più approfondita della vigente concezione di stato adulto?
Non si può pensare che lo stato adulto sia una condizione altrettanto complessa e difficile da realizzare pienamente in se stessi rispetto all’adolescenza, e che tante persone non più giovani possano aver trovato, rispetto ai tardo adolescenti, molte più ‘ragioni’ per affermarsi adulti?
Gentile signora, ho voluto cominciare questa mia risposta con le parole scritte da Arnaldo Novelletto, al cui insegnamento la nostra cooperativa si ispira. Novelletto era uno psichiatra e psicoanalista esperto. Intendo dire che la psicoterapia era il suo lavoro. Eppure ci segnala che la psicoterapia, utile e in molti casi di giovani in crisi assolutamente necessaria, non basta a spiegare e a trattare la difficoltà che tanti giovani e meno giovani hanno oggi a diventare uomini e donne adulti.
Questi giovani, si chiede Novelletto, hanno difficoltà ad abbandonare l’adolescenza o, piuttosto, ad investire le loro energie in una prospettiva adulta, cioè a trovare ragioni valide per affrontare la fatica di soggettivarsi e sviluppare un proprio, personale progetto di vita?
Suo figlio sembra confermare questa ipotesi quando le chiede: “Che cosa cresco a fare? Che ragioni ho, che ragioni tu sai offrirmi, per fare lo sforzo di affermarmi adulto?”.
Psicoanalista e tardo adolescente, come in un dialogo immaginario, pongono domande che convocano noi tutti. Perché, certamente, non è facile fare il lutto con il bambino e poi con l’adolescente che si è stati, rinunciare all’onnipotenza che, a volte, è stata rinforzata, piuttosto che ridimensionata, da genitori spaventati e bisognosi di affetto. Ma crescere è ancora più difficile quando i ragazzi sembrano non rappresentarsi alternative valide.
In questo caso mollare la posizione onnipotente non vuol dire spostarsi su una posizione di realistica potenza, scegliere di non essere più tutti e nessuno bensì un uomo o una donna adulti con i propri limiti ma anche con risorse per svilupparli, capace di discernere cosa è vero e cosa è falso, cosa promuove la fiducia in se stessi e nella relazione con gli altri e cosa, invece, la danneggia.
Vuol dire, al contrario, sentirsi cadere dalle stelle alle stalle, in una terribile condizione di impotenza rispetto ad un mondo presupposto difficile e ostile.
“Perché devo studiare, perché devo sbattermi per conquistare un posto in un mondo lavorativo dove vanno avanti solo i raccomandati e le puttane? - mi chiedeva recentemente una mia giovane paziente in crisi - Perché devo fare la fatica di uscire di casa la mattina, affrontare il traffico, e tornare a casa la sera per poi essere ugualmente infelice? Non sarebbe meglio andarmene dove ci sono popoli che hanno molto meno di noi ma sono più contenti della vita?”.
Che cosa significa crescere nel mondo di oggi, e nel nostro Paese? Che forma stiamo dando alle nostre vite e a quelle dei nostri figli o dei giovani che ci sono affidati? Quale testimonianza trasmettiamo, magari inconsapevolmente, ai giovani che ci guardano. L’inerzia con cui ci sembrano sopravvivere non assomiglia alla nostra, non sono parenti il nostro e il loro pessimismo?
Mi pare che dobbiamo cercare di uscire da un’ottica individualista, quell’ottica secondo la quale un figlio o un genitore possano sopravvivere come individui isolati e autoreferenti al senso di sconforto e di futilità che ci assale collettivamente, magari con l’aiuto di uno psicoterapeuta che lo aiuti ad adattarsi meglio, ad assumere forme di vita più conformistiche, meno inquietanti per la società.
Forse dopo aver molto lavorato per differenziare le caratteristiche dell’infanzia da quelle dell’adolescenza e dalla fase adulta c’è la necessità anche per noi psicoterapeuti di pensare di più ai rapporti fra le generazioni, agli stereotipi con cui noi guardiamo gli adolescenti e proponiamo loro il ruolo adulto e con cui loro si propongono a noi. C’è bisogno di fare la fatica di storicizzare, di contestualizzare le varie forme di disagio giovanile invece che parlarne come patologie, fattori invarianti, che sopravvivono intonsi al tempo e alla storia.
Dobbiamo capire quando ci accordiamo inconsapevolmente con loro per risparmiarci reciprocamente la fatica di assumerci le proprie responsabilità.
Mi pare sia necessario aiutare i giovani a pensare le relazioni, a cogliere che la vita è un processo, un divenire, che presenta difficoltà ma anche potenzialità e gratificazioni, perché possano individuare ragioni per progredire piuttosto che mantenere uno stallo, una posizione sempre precaria e provvisoria o, addirittura, tornare regressivamente indietro alla ricerca delle ragioni di una volta.
Dobbiamo imparare ad occuparci delle nostre relazioni e a mantenerle vive, scoprire come si fa a parlare con i nuovi adolescenti e giovani adulti e non guardarli preoccupati dall’esterno, per scrutare i segni di un possibile disagio ed essere pronti a medicalizzarlo, magari con l’aiuto di un test di personalità, come sembra oggi andare di moda fra gli addetti ai lavori che si preoccupano della scientificità. Dobbiamo diagnosticare meno e incontrare di più, ritrovare le differenze ma anche le somiglianze.
Quando parliamo con i giovani è importante ricordarci della nostra adolescenza ma anche non perdere di vista il nostro essere adulti, per dare un senso alla nostra specifica posizione nel mondo che possa aiutare il giovane a cercare il suo. Insomma dobbiamo metterci la faccia!
Gentile signora, io non posso sapere, naturalmente, se suo figlio potrebbe avere bisogno di una psicoterapia capace di aiutarlo a mettere meglio a fuoco le difficoltà che si frappongono a maturare approfonditamente la concezione di stato adulto, come scriveva Novelletto, necessaria ad investire maggiormente in quella direzione. Quanto più chiaramente lei e suo marito riuscirete a cogliere il disagio del vostro ragazzo e ad aiutarlo a dargli un senso rispetto alle relazioni che sta vivendo tanto più probabilmente vostro figlio prenderà la strada del cambiamento, magari cominciando a consultare uno psicoterapeuta o magari con una delle tante altre modalità.
Voglio però ringraziarla per darmi l’opportunità di sottolineare la necessità che anche altri adulti, genitori, insegnanti, educatori, si spendano maggiormente per testimoniare ai giovani che un mondo diverso da quello attuale è possibile.
Cari saluti, Emilio Masina
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